Come può l’Unione europea puntare sull’industria bellica se non ha il carburante per aerei da combattimento, navi e carri armati?
Ci si può armare fino ai denti per poi scoprire di non avere il carburante per far funzionare veicoli e, in generale, i mezzi militari? E’ quello che potrebbe succedere in Europa. L’affermazione arriva da una fonte che in questo settore è inattaccabile. Si tratta di Svenja Brützen, top manager del colosso della difesa Rheinmetall. Per la cronaca, Rheinmetall AG è un’azienda tedesca produttrice di armi da fuoco che è ritenuta la maggiore industria nel campo degli armamenti della Germania. Con le principali fabbriche ubicate a Düsseldorf, Kassel e Unterlüß. Le dichiarazioni di un personaggio così importante polverizzano, sul piano tecnico, la politica industriale che l’attuale presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per ironia della sorte tedesca anche lei, che vorrebbe riarmare i 27 Paesi dell’Unione europea. In frantumi va anche la linea di politica industriale dell’attuale Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, che vorrebbe riconvertire buona parte dell’industria automobilistica della Germania in fabbriche di armi: carri armati, aerei, navi da guerra e via continuando.
Svenja Brützen ha rilasciato un’intervista al canale televisivo tedesco ntv che non è stata molto ‘gettonata’. A parte un post su Telegram (che potete visionare qui: https://x.com/MarceVann/status/2023490053511803327), in verità piuttosto succinto, tale intervista, chissà perché, non sta ricevendo l’attenzione che merita. Dice la Brützen: “In Europa ci sono circa 60 raffinerie di petrolio. Sono la base delle nostre riserve di carburante. Le nostre scorte basterebbero per tre mesi di guerra. Dopodiché, gli stoccaggi si esaurirebbero”. Leggiamo sul post di un canale Telegram: “Secondo Brützen, una volta esaurite le riserve, le Forze Armate si troverebbero di fronte a una carenza critica di carburante per veicoli e mezzi militari, mettendo a repentaglio l’intera capacità difensiva del Continente. La manager ha spiegato che il problema deriva dalla capacità limitata di raffinazione del petrolio e dall’assenza di un sistema robusto per garantire il rifornimento continuo alle Forze Armate in caso di crisi prolungata”. Ancora la Brützen: “Tutto ciò che oggi acquistiamo con migliaia di miliardi di euro – aerei da combattimento, navi, carri armati e, in generale, mezzi militari di trasporto – ha bisogno di carburante. È la base di qualsiasi prontezza operativa… Il carburante rappresenta il punto più debole della nostra preparazione alla difesa. E l’unico modo in cui stiamo cercando di tamponarlo è con l’idrogeno verde”.
Insomma, per utilizzare i mezzi militari aerei, marini e di terra, in questo momento, servono i carburanti fossili: petrolio e gas. E l’Unione europea non ha né riserve di petrolio, né riserve di gas in grado di sostenere l’uso dei mezzi militari. E, a quanto pare, non ha nemmeno le raffinerie di petrolio in grado di sostenere lo sviluppo bellico. Per essere precisi, da quando la Russia, causa guerra in Ucraina, non fornisce più all’Europa il proprio gas a basso prezzo l’economia europea è entrata in profonda crisi. In realtà, era già in crisi prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Questo perché il sistema economico globalista è in difficoltà da almeno un decennio. Il motivo è semplice: la globalizzazione economica, che ormai imperversa nel mondo dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo passato, ha aumentato le diseguaglianze economiche e sociali: che era ricco è diventato sempre più ricco, chi era povero è diventato sempre più povero. L’elezione a sorpresa di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 si materializzò proprio perché il ceto medio americano, impoverito dalla globalizzazione economica voluta dai Democratici americani, abbandonò il Partito Democratico globalista per votare in massa il Repubblicano Trump. Oggi, rispetto a dieci anni fa, la crisi del globalismo è ancora più evidente. Già prima della guerra tra Russia e Ucraina l’industria europea era in affanno, perché tanti cittadini non hanno il reddito per acquistare tante auto e, in generale, tanti beni industriali. La guerra in Ucraina ha solo accentuato una crisi che era già in atto.
Torniamo al discorso iniziale: l’Unione europea ha deciso di riarmarsi con la scusa di un’improbabile invasione russa. Ma, come dice la top manager del colosso della difesa tedesca Rheinmetall, non ha il carburante per far muovere aerei da combattimento, navi, carri armati e, in generale, mezzi militari di trasporto. L’idea dei vertici Ue di aggirare la mancanza di carburanti fossili puntando sull’idrogeno verde non è sbagliata. Rimangono due domande. Prima domanda: con quale energia produrre l’idrogeno verde? Seconda domanda: con che costi? Ovviamente tale energia non dovrebbe arrivare dai carburanti fossili – petrolio e gas – che l’Europa non ha.
Bisogna ricorrere alle energie alternative. Questo rende la produzione di idrogeno verde costosa, perché lo sviluppo delle energie alternative è costosa e postula il sacrificio dell’agricoltura. La sensazione è che nell’Unione europea si pasticci un po’ con la fisica e, soprattutto, con l’economia politica. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
Per energie alternative, in Europa, si parla di energia eolica ed energia solare. Ma non sempre questi investimenti funzionano. Negli anni passati la Germania ha speso un patrimonio per gli impianti di energia eolica. Ma i risultati sono stati disastrosi. Hanno sopravvalutato i venti? Mistero. Come già accennato, per aggirare la mancanza di carburanti fossili l’Unione europea vuole puntare sull’idrogeno verde, che, lo ricordiamo, richiede infrastrutture specifiche, come impianti di elettrolisi dell’acqua e stazioni di rifornimento di idrogeno: e questi sono costi. Non solo. Il processo di produzione dell’idrogeno verde richiede energia elettrica, ciò significa che la sua efficienza energetica dipende dalla fonte di energia utilizzata per produrlo. Sono così efficienti gli impianti di energie alternative all’energia fossile? Quello che insegna la realtà che stiamo vivendo è che non sempre le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici sono soluzioni razionali.
L’Unione europea ha deciso di trasformare in pochi anni buona parte dei terreni dell’Europa mediterranea coltivati a cereali in immense distese di pannelli fotovoltaici. Ma questo progetto, in verità un po’ folle, sta incontrando grandi proteste da parte degli agricoltori europei e, per ora solo in minima parte, tra i cittadini. Sono bastate solo le proteste degli agricoltori europei per bloccare il Mercosur, il trattato commerciale tra Unione europea e alcuni Paesi del Sudamerica, Brasile in testa. Il Mercosur è funzionale allo sviluppo dell’idrogeno verde e, di conseguenza, dello sviluppo dell’industria bellica: buona parte dell’agricoltura dell’Europa mediterranea dovrebbe essere cancellata per fare posto ai pannelli fotovoltaici. Quanto al cibo – questa l’idea degli ‘europeisti’ – può benissimo arrivare da altre parti del mondo. Nel caso del Mercosur, dai Paesi del Sudamerica. Peccato che in questi Paesi sudamericani, in agricoltura, si utilizzano pesticidi che in Europa sono stati banditi venti anni fa e, in alcuni casi, trent’anni fa perché dannosi per la salute umana! Per non parlare dell’utilizzazione degli antibiotici e degli ormoni che da quelle parti sono la regola negli allevamenti animali. Per non parlare, ancora, degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), che l’Unione europea sta cercando di introdurre in modo surrettizio ma che, ancora oggi, sono fuori legge.
Come possiamo notare, è il classico gatto che si morde la coda. L’Unione europea vuole puntare sul riarmo ma, come osserva la top manager del colosso della difesa Rheinmetall, in caso di guerra l’Unione europea potrebbe resistere tre mesi, poi mancherebbe il carburante per far muovere i mezzi di guerra. La Russia non è solo una potenza nucleare mondiale. E’ anche una potenza industriale che ha retto quattro anni di guerra in Ucraina perché ha alle spalle immense riserve di petrolio e gas. L’Unione europea, per sostenere il proprio apparato militare, vorrebbe puntare sull’idrogeno verde. Ma dovrebbe smantellare buona parte dell’agricoltura dell’Europa mediterranea per realizzare immense distese di pannelli fotovoltaici. Magari piazzando pale eoliche dove capita. Ma le proteste degli agricoltori e dei cittadini europei sono state e sarebbero violentissime. Tra l’altro, con il clima che fa le bizze perdere la sovranità agricola e alimentare sarebbe una grandissima stupidaggine. Un Paese non può dipendere da altri Paesi per il cibo dei propri cittadini. In conclusione, da qualunque parte lo si osservi, il riarmo dell’Unione europea non ha una base economica e, forse, non ha nemmeno una base logica. Serve solo alla Germania per riconvertire in industria bellica la propria industria automobilistica, che ormai è in buona parte fuori mercato. Gli altri 26 Paesi Ue si dovrebbero ‘genuflettere’ ai tedeschi. Una cosa del genere, se non ricordiamo male, è già avvenuta. E, sempre se non ricordiamo male, non è finita bene…
