Dopo circa 30 anni Tim torna nelle mani dello Stato italiano. Che sta succedendo?
di Giulio Ambrosetti
A un trentennio dalle privatizzazioni degli anni ’90 del secolo passato Tim torna nelle mani dello Stato italiano. Poste italiane che, è noto, è controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Cassa Depositi e Prestiti, ha acquistato il 15% del pacchetto azionario da Vivendi. Con questa mossa la partecipazione di Poste italiane in Tim sale a quota 24,81% e diventa l’azionista di maggioranza. Il costo dell’operazione è stato pari a 684 milioni di euro, ovvero 0,2975 euro per ogni azione acquistata.
Va sottolineato il valore ‘politico’ dell’acquisto, oltre a quello economico. Oggi, infatti, l’azienda vale molto meno rispetto a trent’anni fa. Chi ha memoria del dibattito che si scatenò sulla vendita del colosso delle telecomunicazioni ricorderà che tale operazione venne definita “la madre di tutte le privatizzazioni”. Allora era veramente un colosso del settore, con società partecipate in Europa e in Sudamerica. Purtroppo, in quegli anni, non era nemmeno lecito chiedere perché l’Italia si stava liberando di un’azienda così importante. Allora bisognava obbedire al ‘Dio mercato’.
Un trentennio dopo, cioè oggi, qual è la situazione? Non esageriamo se scriviamo che il colosso delle telecomunicazioni è stato ‘spolpato’. Basti pensare che per tirare avanti l’azienda ha dovuto vendere anche la fibra ottica. E proprio in queste ore c’è chi dice che, in fondo, è stata una mossa azzeccata, se è vero che il terribile terremoto che ha colpito il Myanmar (l’ex Birmania) ha lasciato senza collegamento chi era collegato con la fibra ottica, perché la violenza del sisma ha tranciato tutto.
Ma, divagazioni a parte, va detto che l’azienda delle telecomunicazioni che torna nelle mani dello Stato italiano è l’ombra di quella di un trentennio addietro. Negli anni ’90 i flussi di cassa sfioravano i 27 miliardi di vecchie lire, circa 13 miliardi di euro di oggi; mentre oggi il flusso di cassa supera di poco il miliardo di euro.
Anche l’occupazione è cambiata. Negli anni ’90 si contavano più di 100 mila dipendenti; oggi sono sì e no 10 mila.
Abbiamo accennato al valore delle azioni di oggi. Ebbene, se facciamo un raffronto, in euro, con gli anni ’90 possiamo affermare che un’azione valeva circa 10 euro; oggi, come già ricordato, siamo a poco meno di un terzo di un euro!
A questo punto la domanda è d’obbligo: perché l’attuale Governo italiano ha deciso di acquistare Tim? E’ evidente che dietro c’è un progetto strategico. Con molta probabilità, l’esecutivo di Giorgia Meloni ipotizza una serie di sinergie tra Poste Italiane e Tim, sotto il segno dell’efficienza. Sotto questo profilo, molto dipenderà da chi amministrerà la società e dalle scelte che adotterà. Da quello che possiamo intuire il Governo punta a rafforzare il mercato delle telecomunicazioni in Italia.
C’è anche un significato politico, come accennato all’inizio. Oggi, con la rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, lo scenario economico e finanziario globale comincia a subire cambiamenti, che potrebbero anche essere profondi. Il fatto che l’amministrazione Trump stia scommettendo sui dazi doganali come scelta di fondo di politica economica, ebbene, lascia pensare, in primo luogo, all’esigenza americana di sistemare la bilancia dei pagamenti, da tempo troppo sbilanciata verso le importazioni. Ma c’è anche dell’altro.
Con molta probabilità, Trump non sembra particolarmente innamorato della globalizzazione economica ma punta a un’economia almeno in parte protezionista. Alla fine, i dazi doganali, oltre a ridurre il grande deficit federale USA, servono all’attuale Governo americano per rafforzare le proprie produzioni, a cominciare dal settore manifatturiero. E’ anche in questo scenario economico globale che si inserisce il ritorno di Tim nelle mani dello Stato italiano? Vedremo.
