Gli USA lasciano la gestione Nato all’Europa mentre infuria la crisi economica. I guai di Francia e Germania (che trascina nel baratro il Centro Nord Italia)
Gli Stati Uniti d’America lasciano il comando della base NATO di Napoli agli europei. Gli USA non abbandonano l’Europa, ma lasciano capire a chiare lettere che le priorità oggi sono rappresentate dal cosiddetto Indo-Pacifico. A dimostrazione del mutato interesse geopolitico americano, come scrive un canale Telegram molto informato sugli scenari internazionali, ci sono “i massicci lavori di costruzione presso la base della Royal Australian Navy HMAS Stirling, sull’isola di Garden, nell’Australia Occidentale, con il pretesto di contrastare la ‘minaccia cinese’.
Secondo l’Australian Submarine Agency (ASA), gli Stati Uniti prevedono di schierare fino a quattro sottomarini nucleari statunitensi della classe Virginia, il cui arrivo è previsto a partire dal 2027. Sarà inoltre dispiegato un sottomarino britannico della classe Astute, nell’ambito del patto AUKUS. Il governo australiano ha annunciato lo stanziamento di circa 5,6 miliardi di dollari per l’ammodernamento della base aeronavale di Stirling, e ulteriori 8,4 miliardi di dollari sono destinati al vicino complesso di riparazione navale di Henderson, che includerà bacini di carenaggio capaci di ospitare sottomarini nucleari. Queste forze sono state create appositamente per garantire agli Stati Uniti e ai loro alleati una presenza subacquea avanzata nell’Oceano Indiano e nella parte occidentale del Pacifico”.
Il mondo sta cambiando. E in un contesto geopolitico che muta l’Unione europea, impegnata economicamente nella guerra in Ucraina, appare sempre più marginale e sacrificata. In queste ore si accentuano le divisioni tra i Paesi europei. Germania e Francia, che hanno fino ad oggi dominato nell’area Ue, registrano il naufragio del programma FCAS (Future Combat Air System, noto in Italia come SCAF). Non solo. Il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ‘bocciato’ la proposta di eurobond lanciata dal presidente francese, Emmanuel Macron. Insomma, i due leader più ‘azzoppati’ d’Europa si accapigliano come i due celebri capponi di manzoniana memoria. Tutto questo mentre i Paesi che governano affondano.
Macron non ha una maggioranza nel Parlamento francese. Rimane a ‘galla’ solo perché il sistema politico di questo Paese glielo consente e soprattutto perché i due partiti che hanno la maggioranza – la destra del Rassemblement National di Marine Le Pen e la sinistra France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon – non hanno interesse, in questo momento storico, a mandarlo a casa. Ricordiamo che in Francia c’è un Governo debole, presieduto da Sébastien Lecornu, che solo lo scorso 2 Febbraio è riuscito a far approvare il Bilancio 2026 ricorrendo l’articolo 49.3: ovvero un’approvazione senza voto finale diretto dell’Assemblea nazionale. Con l’impegno, molto teorico, di portare il deficit al 5,0% del PIL rispetto al 5,4% del 2025, con tagli alla spesa e adeguamenti fiscali che, però, dovranno essere approvati dal Parlamento: il che appare piuttosto improbabile. Nel frattempo la crisi economica avanza. Di fatto, la Francia è tenuta in piedi da un debito pubblico che ormai ha sforato i 3 mila e 500 miliardi di euro (500 miliardi in più del debito pubblico italiano considerato molto elevato) e dalla Banca Centrale Europa presieduta dalla francese Christine Lagarde che, ovviamente, aiuta il proprio Paese. I consumi e gli investimenti sono frenati dall’incertezza politica e dall’atteggiamento della popolazione che, percependo le difficoltà, opta per il risparmio, riducendo la domanda al consumo. I rendimenti dei titoli di stato francesi (OAT) sono aumentati.
La disoccupazione è in crescita. La spesa sociale è elevata, anche perché, come in Italia, la popolazione francese è invecchiata e, come avviene in Italia da anni, i morti superano le nascite. Sempre come in Italia, la Francia sconta la presenza di migranti in aumento con grandi problemi di ordine pubblico.
Non va meglio al Cancelliere Merz, che nei sondaggi è in caduta libera. Resiste solo perché Alternative für Deutschland (AfD tradotto Alternativa per la Germania) di Alice Weidel non sta forzando la mano. Emblematico il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina da parte dell’Unione europea. Circa 40 miliardi di euro e forse più dovrebbero essere approntati dalla Germania. Secondo quanto stabilito dalla Corte Costituzionale tedesca, questo Paese si può indebitare solo con un voto del Parlamento. Dove, però, il Cancelliere Merz, proprio su fondi da erogare all’Ucraina, potrebbe non avere la maggioranza. Chi segue le cronache dell’Unione europea si sarà accorto che di questo prestito da 90 miliardi all’Ucraina si parla pochissimo o non si parla affatto. Si sa che la Francia ha bloccato tutto perché vuole che a partecipare ai pagamenti sia anche il Regno Unito. Da Londra non è arrivata alcuna risposta. In questo momento non si capisce se questo prestito all’Ucraina sia già stato erogato, in barba al Parlamento tedesco, o se sia ancora bloccato. A fare chiarezza dovrebbe essere AFD della Weidel. Ma le notizie scarseggiano.
In questo scenario la crisi dell’economia tedesca impazza. Tante industrie e tanti esercizi commerciali chiudono i battenti. La cifre ufficiali, che potrebbero essere sottostimate, raccontano di oltre 22.000 aziende industriali che cali delle vendite. I dati disponibili, anche se parziali, del 2025 dicono che rispetto all’anno precedente sono stati censiti poco meno di 300 mila disoccupati in più. La perdita del gas russo a basso costo ha assestato un colpo durissimo al settore manifatturiero. La sostituzione con gas naturale liquefatto (GNL) ha fatto lievitare i costi energetici, con problemi enormi per le imprese. L’industria automobilistica tedesca è in grande affanno sia perché è calata la domanda di auto in Europa, sia perché il mercato americano chiede sempre meno auto europee, dal momento che l’amministrazione Trump punta a rilanciare l’industria automobilistica americana. Il settore manifatturiero tedesco è in difficoltà, sia perché si è ridotta la domanda globale, sia perché tanti Paesi e non solo gli Stati Uniti cominciano a mettere in campo politiche restrittive perché hanno capito che dipendere dai Paesi esteri è un errore strategico. Anche i Comuni tedeschi sono in grande difficoltà, alle prese con pesanti deficit e con un indebitamento complessivo che supera i 25 miliardi di euro.
La Germania resiste perché nell’ultimo ventennio ha drenato risorse ad altri Paesi europei, Grecia e Italia in testa. E perché lo scorso anno ha contratto un debito di mille miliardi di euro. Questa grande massa di denaro consente alla Germania una spesa sociale elevata. Che, fra le altre cose, tiene a bada la presenza di milioni di migranti. Ma oggi, con la crisi della globalizzazione economica, che ha aumentato le diseguaglianze sociali ed economiche, non sa più a chi vendere i propri beni e deve, nolente o volente, rivedere l’impostazione economica fino ad oggi imperniata sulle esportazioni. C’entrano i dazi doganali dell’America di Trump? No. La crisi di domanda era già in atto, i dazi americani hanno solo accentuato i problemi.
La Germania paga la dabbenaggine economica e politica delle proprie classi dirigenti, che hanno impoverito i Paesi europei, non capendo che, a un certo punto, non avrebbe più trovato mercati per vendere i propri prodotti. Il momento è arrivato. Accentuato dalla chiusura del mercato americano. Gli USA hanno tirato i remi in barca per tutelare le proprie produzioni e la propria autosufficienza economica. L’America se lo può permettere perché è ricca di petrolio, gas e altre materie prime. L’Europa è nei guai perché priva di petrolio, gas e materie prime. E anche perché ha dichiarato una ‘guerra’ economica all’unico Paese che l’aiutava: la Russia. In più, tanto per non farsi mancare nulla, sempre dalla Germania, vera e propria fucina di balordaggini economiche e scientifiche, sono arrivati i Verdi tedeschi con le stupidaggini del Green Deal, che con l’antieconomicità e la problematicità delle auto elettriche hanno ulteriormente massacrato l’industria dell’auto europea. E poiché buona parte del manifatturiero del Centro Nord Italia è legato alla Germania, i disastri economici tedeschi, seguendo una sorta di ‘principio dei vasi comunicanti’, si trasferiscono dalle Alpi agli Appennini. Errori su errori.
In un clima di confusione il presidente americano Donald Trump è riuscito a imporre al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di celebrare le elezioni a Maggio. E’ chiaro che il capo della Casa Bianca deve per forza di cose essere d’accordo con la Russia di Vladimir Putin. Il motivo è semplice: non si possono celebrare le elezioni in Ucraina in piena guerra, sotto i bombardamenti russi. Morale: il Paese di Putin dovrebbe interrompere la guerra. C’è da crederci? Chissà. Anche se ora si porrà un altro problema. I russi, soprattutto negli ultimi sei mesi, hanno praticamente distrutto le centrali elettriche di tantissime città ucraine. Questo ha provocato un fuggi fuggi di cittadini ucraini verso l’Europa. Gli ucraini presenti in Europa hanno diritto a votare? E come? Dovrebbero rientrare nel proprio Paese? O voterebbero dai Paesi europei dove si trovano in qualità di profughi? L’argomento è spinoso. I dati ufficiali raccontano che in Europa, al 31 Ottobre 2025, erano presenti 4,3 milioni di profughi ucraini. Già allora la stima sembrava molto al ribasso. Oggi i profughi ucraini potrebbero essere molti di più. Solo che l’Unione europea non ha interesse a far sapere ai cittadini europei che, a loro spese, ci sono 10 milioni 12 milioni, forse 15 milioni i profughi ucraini che a Maggio dovrebbero addirittura votare. Altro caos in arrivo.
