di Giulio Ambrosetti
Mentre l’informazione mondiale viene calamitata dal Forum di Davos 2026, dalle polemiche sulla Groenlandia, dalla ricostruzione di Gaza, dal Venezuela e via continuando, l’amministrazione americana di Donald Trump, nel silenzio quasi generale, ha iniziato a ridurre la presenza USA nei principali organi consultivi della NATO.
Il Pentagono, sede e quartiere generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha iniziato a ritirare un folto gruppo di militari dai circa 30 Centri di competenza dell’Alleanza Atlantica. Si tratta di personale altamente specializzato che fino ad oggi ha operato nella sicurezza energetica, nelle azioni navali e nell’intelligence. In questi casi i giri di parole servono a poco: l’attuale amministrazione statunitense sta iniziando e ridurre il contributo militare americano alla difesa dell’Europa.
La notizia viene tenuta ‘bassa’ per non creare allarmismo. Ma agli osservatori non sfugge la tempistica. Proprio mentre l’America comincia a ritirare i propri militari altamente specializzati dall’Europa inizia l’incontro trilaterale fra le delegazioni statunitense, ucraina e russa per fermare la guerra. Un vertice che si annuncia non senza contraddizioni. Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyj, ha già messo le mani avanti. E l’ha fatto prendendo spunto dalla vicenda di Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela sotto processo a New York dopo la sua rocambolesca cattura da parte dei militari americani: “Perché il presidente venezuelano è in tribunale e Putin è ancora in libertà?”, ha detto provocatoriamente Zelenskyj. Va da sé che il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, non sarà certo ben disposto a dialogare con il presidente ucraino.
La mossa di Zelenskyj non è casuale. Non è dettata da nervosismo. Al contrario, è ben calcolata. Sa che i russi, per fermare le armi, chiederebbero il Donbass e le elezioni in Ucraina, che segnerebbero la fine politica dell’attuale presidente dell’Ucraina che, con molta probabilità, non verrebbe rieletto. Zelenskyj e NATO non vogliono mollare il Donbass: e qui lo ri ‘romperanno i telefoni’. In più va ricordato che i poteri presidenziali in Ucraina sono scaduti il 20 Maggio 2024 e l’attuale presidente resta in carica in attesa di nuove elezioni. Per la cronaca, lo stato di emergenza e la mobilitazione generale in Ucraina sono stati introdotti il 24 Febbraio del 2022 e sono stati prorogati più volte. E’ proprio per questo che non si tengono elezioni parlamentari, presidenziali e locali.
Nelle stesse ore Zelenskyj ha avuto parole molto dure nei riguardi dei Paesi Ue che, a suo dire, non starebbero difendendo abbastanza il suo Paese.
Da qui la stizza di tanti cittadini europei che giustamente si chiedono: ma come, gli abbiamo dato un sacco di soldi, gli paghiamo le armi e questo signore ci critica? I media legati all’Unione europea minimizzano, cercando di far passare la tesi che il presidente ucraino sta solo cercando di spingere l’Europa ad essere più unita. In realtà, Zelenskyj lamenta il fatto che i Paesi Ue non sono scesi direttamente in guerra contro la Russia. Di fatto, le truppe di Putin avanzano perché in Ucraina c’è penuria di soldati. Tirando le somme, è difficile che la guerra venga fermata in Ucraina, a meno che americani e russi non decidano di mettere in fuori gioco Zelenskyj: cosa tutt’altro che impossibile, perché con il nuovo anno non è detto che americani e russi trovino ancora conveniente proseguire con la guerra in Ucraina. Lo scenario, in questo quadrante geopolitico, è imprevedibile, anche perché l’Unione europea non sarebbe certo in grado di bloccare un’eventuale ‘pace forzata’ in Ucraina decisa da Trump e Putin. Nemmeno la NATO potrebbe intervenire, a meno che i vertici di tale alleanza non decidano di rompere con gli USA, che però sono la forza militare principale della stessa NATO…
Che non possano essere escluse forzature lo dimostra la vicenda Groenlandia. Nella quale Trump ha giocato molto sugli equivoci e sulle continue provocazioni.
Ha fatto tutto il presidente USA, che ha usato un linguaggio che è servito solo a fare indispettire il Governo danese e il Governo autonomo della Groenlandia. Quest’isola, è noto, fa capo alla Danimarca, godendo di un’ampia autonomia. Le parole utilizzate dal presidente americano sono fuori dalla logica e dalla geopolitica. Affermare che “in un modo o nell’altro ci prenderemo la Groenlandia perché serve per la sicurezza dell’America” è un non-senso politico. E’ un non-senso perché non può essere questo il linguaggio, soprattutto se utilizzato dal presidente degli Stati Uniti d’America. Ed è un non-senso che fa a pugni con la realtà, perché dal 1951 è in vigore un trattato internazionale che consente agli USA di installare in Groenlandia le basi militari. Per la cronaca, gli USA hanno tenuto in piedi in quest’isola un numero imprecisato di basi militari con una presenza costante di non meno di 10 mila uomini. Nei primi anni ’90 del secolo passato, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i Democratici, che allora governavano gli USA, decisero di ridurre al minimo la presenza militare in Groenlandia. Ma, come già accennato, il trattato del 1951 è sempre in vigore: cosa che Trump e i suoi sanno benissimo.
La domanda è: se gli USA possono mettere in Groenlandia le basi militari con le quali possono controllare anche le attività commerciali dell’Artico, perché Trump ha fatto e continua a fare ricorso a un linguaggio così rude, al limite dell’offesa? La risposta è semplice: il presidente USA non è interessato a intrattenere buoni rapporti con l’Unione europea. Tant’è vero che in queste ora ha fatto sapere di aver trovato un accordo sulla Groenlandia con la NATO, ignorando il Governo autonomo della stessa Groenlandia e il Governo danese: “Gli Stati Uniti – ha detto Trump in un’intervista a Fox Business – non dovranno pagare nulla per la Groenlandia, Washington potrà ottenere tutto l’accesso militare necessario all’isola”. E’ così, certo, perché lo prevede il citato trattato internazionale del 1951. Ma le parole che ha utilizzato il presidente USA stanno mandando su tutte le furie i groenlandesi e i danesi. I quali ribattono che gli americani non possono siglare un accordo con la NATO sulla Groenlandia, senza rendere partecipi i diretti interessati, cioè i Governi di Danimarca e Groenlandia. E’ chiaro che Trump non vuole tenere buoni rapporti con l’Unione europea, perché se si scontra con la Danimarca, Paese Ue, si scontra automaticamente con l’Unione europea della quale fa parte la stessa Danimarca.
A mettere ‘pace’, se così si può dire, è intervenuto un post pubblicato da un canale Telegram vicino alla Russia che citerebbe una frase di Trump: “L’accordo tra Stati Uniti e NATO sulla Groenlandia prevede l’estrazione di minerali e la partecipazione della Groenlandia al sistema di difesa antimissile Golden Dome”. Come la prenderanno danesi e groenlandesi? Nel post di Telegram si legge anche di una “transazione”. Di cosa si tratterebbe? “La presunta transazione del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – leggiamo ancora nel post di Telegram che riprende un passo di un articolo di un quotidiano del Regno Unito – non prevede la vendita dell’isola agli Stati Uniti. Invece, i termini concordati a Davos consentiranno agli Stati Uniti di ottenere il controllo sovrano sulle basi militari in alcune parti della Groenlandia. Secondo la proposta, simile all’accordo tra il Regno Unito e Cipro, queste basi saranno considerate territorio degli Stati Uniti”. Questo passaggio è un po’ strano, perché in base al citato trattato del 1951 hanno già il controllo delle basi militari in Groenlandia.
E’ difficile, se non impossibile, capire cos’ha in testa Trump. Come già accennato, non è interessato a tenere buoni rapporti con l’Unione europea, anche se in queste ore ha detto che non appiopperà i dazi doganali aggiuntivi ai Paesi che hanno ostacolato i progetti del suo Governo sulla Groenlandia. Anche perché, come accennato, ha ‘chiuso’ l’accordo sulla Groenlandia con la NATO, che però è contestato da Danimarca e Groenlandia.
La confusione non manca: e nella confusione Trump sguazza a piacimento. Intanto il Parlamento europeo non ha ratificato l’accordo tra Commissione europea e USA sui dazi doganali siglato la scorsa Estate in Scozia tra Ursula von der Leyen e Trump. Di tale argomento si parla poco, ma non è da escludere che, nelle prossime ore il presidente americano reagisca alla maniera sua, facendo ricorso a dazi elevati sui prodotti europei. Può succedere di tutto perché, come stiamo verificando giorno dopo giorno da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump è imprevedibile.
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