La vera notizia che arriva dall’America di Trump è l’insediamento del nuovo presidente della FED, Kevin Warsh: brutta aria per l’Europa…

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A giudicare dai media europei gli Stati Uniti d’America sarebbero in crisi, in declino e chi più ne ha più ne metta. Di fatto, però, il costo di questa crisi economica lo stanno pagando i Paesi dell’Unione europea, per ora chi più chi meno, tra qualche mese, se le cose non cambieranno, lo pagheranno tutti i Paesi Ue. Mentre gli USA, con il sostanziale raddoppio del prezzo del petrolio e del gas, stanno guadagnando una barca di soldi.

Ed è anche logico, visto che l’America è il primo produttore di petrolio e di gas del mondo. Se si guarda la realtà per quella che è, ebbene, non sfugge agli occhi degli osservatori che la chiusura non soltanto dello Stretto di Hormuz ma di tutto il Golfo Persico sta favorendo l’economia americana e sta indebolendo l’Unione europea e gli altri Paesi del mondo che, per l’energia, dipendono dal petrolio e dal gas dei Paesi del Golfo. Le cose, sempre sotto il profilo economico, vanno bene anche alla Russia, che è il secondo Paese al mondo per la produzione di petrolio e gas. Vanno un po’ meno bene alla Cina, che non possiede petrolio e gas a sufficienza per sostenere la propria economia. E infatti al centro dell’incontro di questi giorni a Pechino fra il numero uno della Cina, Xi Jinping, e il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, è stata la fornitura di petrolio e gas russo ai cinesi.

Ieri pomeriggio e ieri sera i media occidentali globalisti, ovvero contrari all’attuale amministrazione americana di Donald Trump, davano per cosa fatta l’accordo fra americani e iraniani. Interpretazione degli eventi molto forzata, se non farlocca: e infatti stamattina gli stessi media globalisti, ieri ‘sparati’ sulla pace quasi fatta, danno una versione opposta: e cioè che l’amministrazione Trump sarebbe pronta a riprendere la guerra. Sarà così? Era sballata la ‘pace’ di ieri sera e sembra esagerata la ‘guerra’ ipotizzata stamattina. Insomma, qualche dubbio è bene mantenerlo. Semmai la guerra, questo sì, sta proseguendo tra Israele da una parte e le due creature dell’Iran a Gaza e in Libano dall’altra parte. Il riferimento è ad Hamas, che continua ad essere presente e ben armato a Gaza; e ad Hezbollah, che continua ad essere presente e ben armato in alcune aree del Libano. Gli israeliani continuano a bombardare Gaza e il sud del Libano, così come Hezbollah continua a bombardare, fino dove può, Israele. Sulla carta dovrebbe essere in vigore la tregua, non soltanto nel Golfo ma anche tra Israele da una parte e Hamas e Hezbollah dall’altra parte. Solo che la tregua, secondo Israele, prevede il disarmo di Hamas e Hezbollah. Siccome Hamas ed Hezbollah non hanno alcuna intenzione di posare le armi, la guerra continua, anche se in tono minore.

Come già accennato, i media globalisti, soprattutto quelli americani ed europei, per ciò che riguarda USA e Iran, passano, nel giro di poche ore, dalla pace alla guerra e dalla guerra alla pace. E gli americani? Il presidente Trump, in queste ore, è alle prese con l’insediamento del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh. Si tratta della Banca Centrale americana, conosciuta anche con l’acronimo FED. Warsh, che proprio in queste ore ha giurato alla Casa Bianca, la sede del presidente degli Stati Uniti, prende il posto di Jerome Powell, con il quale Trump non andava d’accordo. Almeno questa è la tesi ufficiale, perché l’attuale presidente, spesso, dice una cosa e poi ne fa un’altra. Di certo c’è che Trump, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, avrebbe voluto dall’ormai ex presidente della FED un abbassamento dei tassi di interesse. Ma Powell non li ha mai spostati dall’intervallo compreso fra il 3,5% e il 3,75%. Ora è arrivato il nuovo presidente della FED, il citato Warsh. Che si è presentato con dichiarazioni che gli europei farebbero bene ad ascoltare attentamente.

Insomma, dall’America la vera notizia da seguire è questa, non le geremiadi dei media globalisti americani ed europei. Nel suo discorso tenuto alla Casa Bianca il nuovo capo della FED, dopo aver ringraziato il presidente Trump, ha pronunciato parole che dovrebbero fare riflettere gli europei. Warsh ha dichiarato che si ispirerà all’azione di uno dei più grandi presidenti della storia della Federal Reserve, Alan Greenspan: “Proprio come Alan – ha detto il nuovo presidente della FED – intendo e mi impegno a ricoprire la carica di presidente con energia e determinazione, esattamente come fece Greenspan, rimanendo fedele alla missione e alle più nobili tradizioni della FED”. Secondo Warsh “il reddito netto reale può aumentare, l’America può diventare più prospera e, aspetto non meno importante, la sua posizione nel mondo più sicura. Per assolvere a questa missione, mi impegnerò su quattro fronti: imparare dai successi e dagli errori del passato; evitare schemi mentali rigidi; e mantenere chiari standard di integrità e performance” (qui un articolo di Italia Oggi: https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/kevin-warsh-giura-alla-casa-bianca-e-il-nuovo-presidente-della-fed-l0r53cv6).

Per la cronaca, Greenspan è stato il presidente della FED che ha gestito la grande crisi economica e finanziaria del 2008. Chi ha un po’ di memoria ricorderà che, con grande maestria, l’allora presidente della Banca Centrale americana è riuscito a scaricare sull’Europa gli effetti negativi della crisi. Oggi, al di là delle interpretazioni più o meno interessate, l’economia americana non è in crisi. L’inflazione, negli Stati Uniti, non arriva al 4%. Warsh eredita la gestione della Banca Centrale americana e, quindi, in un certo senso, anche la gestione dell’economia americana. Non ci sono segnali di crisi né alla FED, né nell’economia americana. E il fatto che il nuovo presidente abbia affermato che il reddito netto reale dei cittadini americani può aumentare lascia ben sperare per la presidenza Trump, che si aspetta una svolta espansiva nella gestione della Banca Centrale e dell’economia.

Quando si analizza uno scenario economico è necessario osservare almeno i principali indicatori. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che Stellantis, la multinazionale che riunisce tanti marchi automobilistici europei, compresi i più noti marchi automobilistici italiani, si sta trasferendo, armi e bagagli, negli Stati Uniti d’America. Certo, qualcosa in Europa rimarrà, soprattutto in Francia, molto meno in Italia. L’amministrazione Trump sta inaugurando una nuova stagione economica americana non più impernata sul globalismo. L’attuale Governo federale americano vuole riportare negli Stati Uniti l’industria manifatturiera: e piano piano ci sta riuscendo. Tanti gruppi manifatturieri statunitensi che negli anni passati avevano lasciato l’America per delocalizzare gli impianti dove il costo del lavoro è più basso – per esempio in Messico e anche in Canada – sono già rientrati negli Stati Uniti d’America. Qui vengono sostenuti con aiuti concreti: riduzione di tasse e imposte e aiuti vari. L’importante – questo in sintesi il messaggio di Trump – che producano in America, creino posti di lavoro in America e paghino imposte e tasse in America. Dopo di che possono vendere i propri prodotti dove vogliono.

Non è vero che l’amministrazione Trump sta azzerando il commercio estero. L’attuale amministrazione americana sta soltanto riequilibrando il sistema economico. A suo avviso, un sistema economico impostato solo sull’export è una stupidaggine. L’America deve sì esportare i propri beni, ma deve tutelare il proprio sistema produttivo, mantenendo l’autosufficienza economica, che è sinonimo di libertà. Non a caso Trump ha aumentato la produzione di petrolio e gas per avere l’autosufficienza energetica. Sta iniziando una politica di ricerca delle terre rare per non dipendere dalla Cina: ricerca che era stata interrotta per tutelare l’ambiente. E sta tutelando le imprese americane imponendo all’Unione europea il rispetto degli accordi commerciali siglati nell’Estate dello scorso anno in Scozia fra Trump e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyn. Quello che i media europei non sono molto inclini a raccontare è che, fino ad oggi, i Paesi dell’Unione europea hanno mantenuto i dazi sulle produzioni americane. Ebbene, Trump ha dato tempo all’Unione europea di eliminare tali dazi entro il 4 Luglio. Se non sarà così i Paesi europei si beccheranno dazi americani pesantissimi. E infatti Parlamento europeo e Consiglio europeo hanno approvato a tamburo battente l’applicazione dell’accordo commerciale USA-Ue dello scorso anno per scongiurare i dazi statunitensi, che sarebbero pesantissimi.

I media globalisti americani ed europei enfatizzano la notizia che il gradimento di Trump tra la popolazione americana sarebbe ai minimi storici. E danno per scontato che l’attuale presidente perderà le elezioni di metà mandato (Midterm Elections), quando i cittadini americani sono chiamati a rinnovare tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federati a partire dai governatori. Le elezioni di Midterm si celebreranno a Novembre, tra cinque mesi e mezzo. Siamo sicuri che Trump, da qui a Novembre, non recupererà consensi? Come fanno i nemici-avversari di Trump a dare per scontato un esito elettorale previsto tra cinque mesi e mezzo?
Oltre a guardare in casa americana bisognerebbe guardare anche altrove. In questo momento l’Iran è in grande difficoltà. E’ un Paese di 92 milioni di abitanti che, da quando è iniziata la chiusura del Golfo da parte degli americani, non riesce più ad esportare petrolio via mare. E sconta enormi difficoltà ad esportare zafferano e pistacchi, che sono due produzioni di alta qualità importantissime per l’economia iraniana. Senza gli aiuti della Cina e della Russia, che arrivano dal Mar Caspio, l’Iran sarebbe già alla fame. Ma quanto possono andare avanti Cina e Russia negli aiuti all’Iran? Se si analizza razionalmente lo scenario internazionale, chi in questo momento vuole la fine delle ostilità nel Golfo sono la Cina, la Russia, l’Unione europea e, in generale, tutti i Paesi del mondo che utilizzano petrolio e gas dei Paesi del Golfo: per esempio Giappone e Pakistan. Questo spiega perché il presidente Trump da un lato dice che è pronto a riprendere la guerra contro l’Iran e, contemporaneamente, dice che non ha fretta. Lo stesso schema il presidente americano lo utilizza per Cuba: lascia intendere che gli americani sono pronti all’invasione, ma l’invasione non si materializza mentre i cubani sono allo stremo.

E la Russia? In questo momento è impegnata nella guerra in Ucraina, che comincia ad andare molto male. I russi debbono aiutare l’Iran e devono fornire alla Cina il petrolio e il gas che arriva solo in minima parte dal Golfo. Trump alcune navi petroliere e alcune navi gasiere che fanno rotta verso la Cina le fa passare. Poca cosa, certo. Ma è già un segnale distensivo. Abbiamo già scritto che la guerra in Ucraina e la guerra nel Golfo sono simmetriche. Putin vincerà in Ucraina solo se cinesi e russi cambieranno linea politica sull’Iran. Se Cina e Russia manterranno in Iran l’attuale regime non solo dovranno spendere una barca di soldi per tenerlo in piedi ma la Russia non vincerà in Ucraina. E comincerà a subire attacchi interni, anche pesanti. Nell’ultimo mese non gli ucraini ma chi per loro hanno colpito alcune raffinerie di petrolio russo. E nei giorni scorsi hanno bombardato la sede dei servizi segreti russi a Kherson, provocando oltre cento morti. Per la Russia non sono segnali confortanti. Anzi.

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