8 Settembre 2026

Lo scorso 8 Agosto, invece di ricordare la tragedia di Marcinelle, politici e sindacalisti italiani hanno celebrato se stessi. Che tristezza…

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di Giulio Ambrosetti

Tanto per cambiare, anche l’anniversario della strage di minatori avvenuta a Marcinelle, in Belgio, 18 Agosto del 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier, è stato contrassegnato da polemiche inutili a cura dei soliti politici e sindacalisti italiani. Invece di parlare di questa strage vergognosa e delle insufficienze del Governo italiano dell’epoca si è parlato di fascismo e antifascismo. Due categorie che con la strage di Marcinelle non c’entrano assolutamente nulla.

Ma in un’Italia dove i giornalisti di ‘grido’ organizzano sondaggi per lanciare altri giornalisti alle elezioni primarie di questo o quello schieramento politico, beh, non c’è più bisogno di stupirsi. In Italia, ormai, lo stupore è stato superato dagli eventi. Però, volendo, si può sempre trovare il tempo di raccontare cos’è stata la strage di Marcinelle e chi sono i responsabili di 262 minatori morti a mille metri di profondità, in una terribile miniera di carbone. Vediamo in primo luogo i fatti.
Il disastro di Marcinelle, come già ricordato, si materializza la mattina dell’8 Agosto 1956. I fatti si verificano in una miniera di carbone, a mille metri di profondità. Una scintilla elettrica, provocata da un carrello, innesca l’incendio. A prendere fuoco è l’olio ad alta pressione. Le fiamme si sviluppano nel condotto principale. Il fumo rende l’aria irrespirabile. Dentro ci sono 275 minatori. Ne moriranno 262. Di questi, 136 sono immigrati italiani. Per la cronaca, quello di Marcinelle non è stato il primo incidente minerario della storia. Prima c’erano stati i disastri di Monongah nel 1908, in Virginia, negli Stati Uniti d’America: 362 morti di cui 171 italiani; e la catastrofe mineraria avvenuta il 22 ottobre 1913 nella miniera di carbone Stag Canyon a Dawson, nel Nuovo Messico, sempre negli Stati Uniti: 263 morti di cui 140 italiani. Insomma, gli italiani, quando c’era da morire nelle miniere del mondo, non mancavano mai.

Nel 1946 la Seconda Guerra Mondiale era finita. Bisognava far ripartire l’economia europea. C’era bisogno di energia. E in Belgio c’era il carbone. Ma bisognava scendere a mille metri sotto terra. Leggiamo su Wikipedia: “Benché l’industria belga fosse stata scarsamente intaccata dagli effetti distruttivi della Seconda Guerra Mondiale, il Belgio, Paese di dimensioni modeste, si ritrovò con poca manodopera disponibile. Ciò ne fece aumentare la richiesta, soprattutto per il lavoro nelle antiquate miniere del bacino carbonifero della regione della Vallonia. I belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi e si cercò manovalanza all’estero. Il 23 Giugno 1946 fu firmato il Protocollo italo-belga, che prevedeva l’invio di 50 mila lavoratori in cambio di carbone. Nacquero così ampi flussi migratori verso il Paese, uno dei quali, forse il più importante, fu quello degli italiani verso le miniere belghe. Nel 1956, fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi 44 000 erano italiani”.
Insomma, “i belgi non erano più disposti a fare lavori logoranti e pericolosi”. Bisognava trovare lavoratori di altri Paesi. Ecco che arriva l’Italia. Il 23 Giugno del 1946 Italia e Belgio firmano il cosiddetto protocollo italo-belga, meglio noto come “accordo uomini contro carbone”, o “patto Uomo-Carbone”.

Capo del Governo italiano è il democristiano Alcide De Gasperi. In base a questo protocollo d’intesa, 50 mila minatori italiani si trasferiranno in Belgio per lavorare nelle miniere di carbone dove i cittadini belgi si rifiutavano di scendere, non senza qualche ragione, a giudicare da quello che succederà dieci anni dopo. Grazie a questo ‘bellissimo’ protocollo d’intesa, ricco di ‘grande umanità’ e di ‘rispetto per la vita umana’, il Belgio dava all’Italia 2 mila e 500 tonnellate di carbone ogni mille minatori. Da quali Regioni italiane provenivano i minatori? Nel 1946 il Veneto era una delle Regioni italiane più povere e la maggioranza proveniva da lì. Qualcosa arrivava anche dall’Emilia Romagna, il resto dei minatori proveniva dal Sud e dalla Sicilia.
E’ importante ricordare come avveniva, in quegli anni, il reclutamento di minatori in Italia. Nei Comuni del nostro Paese spuntavano manifesti che illustravano questa possibilità di lavoro. Si parlava di miniere e di carbone. Ma le spiegazioni sulle condizioni di lavoro erano molto fumose. Ribadiamo che il reclutamento iniziò nel 1946 e fino al 1956 – l’anno della strage di Marcinelle – le informazioni rimasero scarne. Erano i lavoratori che tornavano in Italia a raccontare delle terribili condizioni di lavoro. Partiti politici e sindacati facevano i pesci dentro il barile. “Il carbone serve all’Italia”, si diceva in quegli anni. In realtà, il carbone serviva alle industrie del Nord Italia, mentre il Sud e la Sicilia mettevano la manodopera chiamata a svolgere un lavoro da schiavi. Come ricordato, all’inizio la maggioranza dei lavoratori proveniva dal Veneto. Poi i veneti capirono l’antifona e declinarono questo pericoloso ‘invito’. Morale: dopo tre, quattro anni i lavoratori italiani che partivano per le miniere di carbone del Belgio erano quasi tutti meridionali e siciliani.

Si racconta che ancora nel 1956 il viaggio in treno per arrivare dal Sud Italia e dalla Sicilia in Belgio era un delirio. Durava tre giorni e tre notti. Chi trovava un posto a sedere si riteneva fortunato. C’era solidarietà e ci si dava il cambio. Nei cosiddetti “Treni di lu suli” non c’erano servizi igienici: e abbiamo detto tutto. Appena arrivati in Belgio, i futuri minatori non trovavano esattamente alberghi ma squallide baracche di legno o di lamiera. I letti erano a castello per risparmiare spazio. I materassi erano di paglia. La biancheria faceva letteralmente schifo. Il cibo… meglio non parlarne. Il lavoro era pericoloso e faticoso. I minatori scavavano in cunicoli alti circa 25 centimetri. I minatori lavoravano per ore ed ore. Spesso non c’era il tempo per i bisogni corporali e ci si rivoltava nei propri escrementi. Il Governo belga, insomma, tirava al risparmio. C’erano siciliani, che avevano lavorato nelle zolfare siciliane, che sostenevano che nelle miniere di zolfo della Sicilia le condizioni di lavoro erano di gran lunga più umane: il che è dire! E i Governi italiani di quegli anni? Erano in tutt’altre faccende affaccendati. Ah, quasi lo stavamo dimenticando: il contratto prevedeva un lavoro di cinque anni di miniera, con l’obbligo tassativo, pena l’arresto, di farne almeno uno. E meno male che in Belgio e in Italia c’era la “riconquistata democrazia”, c’erano “i partiti politici democratici” e i “sindacati dei lavoratori”… Per fortuna che non c’era solo l’inutile politica e l’inutile sindacalismo. Ricordiamo che un grandissimo poeta siciliano, Ignazio Buttitta, ci ha donato un poema che vale sempre la pena di riascoltare (qui un video: https://www.youtube.com/watch?v=w2f13gyPUXc).

Insomma, ce se sono di cose da raccontare sulla tragedia di Marcinelle. E invece cosa hanno messo in campo i politici e i sindacalisti italiani lo scorso 8 Agosto? Hanno raccontato cosa è successo nelle miniere di carbone del Belgio per dieci anni nel nome dello “sviluppo” della “Grande Europa”? La strage di Marcinelle, come già ricordato, è del 1956. Per dieci anni, nel silenzio generale, l’Italia ha sacrificato una parte dei propri abitanti di Sud Italia e Sicilia nel nome dell’energia, per lo sviluppo economico non dell’Italia, ma del Nord Italia. Dopo Marcinelle, ovviamente, non la politica italiana, pessima anche allora come lo è oggi, ma i meridionali e i siciliani cominciarono a tirare i remi in barca. Qualcosa, questo bisogna riconoscerlo, la fecero i Governi regionali siciliani di metà anni ’50 e dei primi anni ’60 del secolo scorso, che offrivano ai siciliani la possibilità di lavorare nelle minere di zolfo della nostra Isola. Era sempre un lavoro duro. Ma i democristiani siciliani, a differenza dei democristiani del Nord Italia, offrivano ai minatori condizioni di gran lunga migliori e meno rischiose. Era sempre, ribadiamo, un lavoro pesante. Ma non si lavorava da schiavi come nelle miniere di carbone nel ‘civile’ Belgio…

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