18 Gennaio 2022

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“Marilyn ha gli occhi neri”: la recensione del film.

di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista e docente.

“Marilyn ha gli occhi neri”: questo il titolo del recente film diretto da Simone Godano con protagonisti Miriam Leone e Stefano Accorsi.
La trama, nella sua particolarità, già di per sé prelude a un film toccante e umano; difatti questi sono i caratteri essenziali della pellicola, capace di toccare letteralmente le corde della sensibilità e del disagio, senza stigmi o inutili pessimismi, ma incitando all’automiglioramento e alla solidarietà della squadra come strumento terapeutico e salvifico.
Clara (Miriam Leone) è una bugiarda patologica, Diego (Stefano Accorsi) soffre di psicosi e eccessi di rabbia. Una rabbia, corroborata da una dose massiccia di tics, che rendono allo spettatore un Accorsi insolito, da apprezzare per un’interpretazione complicata, condotta a livelli magistrali per tutta la durata del film.
Una rabbia che ha causato (questo si evince dai rapporti con l’ex moglie) la rottura con la famiglia e il rapporto problematico con la figlia che può vedere solo per i trenta minuti concessi dal Centro di cura, temendo di perderla e alternando accettazione e negazione della propria patologia.
Situazione non dissimile quella di Clara, etichettata come piromane “senza esserlo”, che “ha dato fuoco per un incidente alle tende”, che continua a dire di avere avuto giornate difficili e di essere stanca, ma non pazza, pena poi il sentirsi giudicata, strana, anormale, mettendo a rischio le persone che vorrebbe aiutare, come la donna che si frattura un polso al centro giochi per una distrazione della Bugiarda, abile nello sfoggiare le sue armi mistificatorie, negando ad arte ogni responsabilità dell’accaduto.
Bugiarda si, “per la paura di non essere vista”, l’inventare bugie per essere vista, con la definizione di Sé di fare schifo e la paura di essere lasciata.
Insomma, ognuno preso dai propri problemi e autorimproveri, ma anche da sofferte giustificazioni, tutti a ritrovarsi però insieme ad intraprendere un’attività commerciale alle spalle del Centro in cui sono in cura, che diventerà uno dei locali più famosi di Roma.
Perché “se siamo malati ci mollano”, tra i timori di questo Progetto, eppure nessuno potrà evitare che le patologie si incontrino in una cucina, tra complotti, coltelli alzati in difesa, piatti rotti, carbonare gettate e recuperate dal sacco nero dei rifiuti.
Ciò che spicca in questa pellicola umana e didascalica è la solidarietà tra i pazienti, il sentirsi dire “Tu non sei pazza”, al di là delle diagnosi, delle blasfemie e dei tics esaspera(n)ti, la tolleranza.
Ecco quindi la sfida di aprire il ristorante, da vivere come nuova opportunità, un’idea nata da una Clara-Monroe che non potrà stavolta essere bugiarda, dire una cosa e non mantenere la parola, ovvero di avere ideato il ristorante e poi non aver il coraggio di mettere in pratica un progetto di gruppo.
D’altronde la terapia di gruppo invita tutti a guardarsi dentro, ad ascoltare se stessi e a Osare, a guardare al ristorante come a un progetto condiviso.
E quindi ben venga la decisione coraggiosa di “aprire” il Monroe sullo stile Marilyn, accettabile la sensazione della paura del giudizio.
Come mai faranno questi matti, pazzi, fuori di testa, questi gestori del Ristorante, quando invece il film sussurra
“Facciamo in modo che il matto si avvicini e forse scopriremo che non è poi così estraneo”?
Detto fatto, rimaniamo incuriositi dalla folla della prima sera, dell’esercizio quasi divertente di non dire parolacce della signora coprolalica, perché “il gruppetto di matti deve fare una gran figura”, come fine ultimo terapeutico.
Seguiamo quindi partecipi l’ampliamento del locale con la musica d’ambiente, l’allegria del gruppo, quel Farcela e quel riappacificarsi dell’Accorsi con la figlia.
Non ci sembra neanche vero, un successo senza precedenti, infatti, come in un gioco che sa di beffa, ecco il ristorante con i clienti in fuga, i diritti per la musica falsificati, la rissa con il pubblico ufficiale, il fallimento, la punizione per la Bugiarda Clara che è riuscita a posizionare il ristorante tra i primi cento, ha coinvolto gli altri, ma poi si è data la zappa sui piedi falsificando la Siae, retrocedendo così in una struttura residenziale. La stessa Bugiarda che non si sopporta più, ma che fa cose altruiste per gli altri.
Tutto finito? Così sembrerebbe, ma “Marilyn ha gli occhi neri” sa far ancora commuovere e strappare qualche lacrima agli “Innamorati dell’Amore” proprio sul Gran Finale.
Sulle parole “Concentrarsi su chi ti ha voluto, non su chi non ti ha voluto, e tenersi stretta chi ti sopporta” l’Amore rincorso e accettato Vince, come ciascuno in cuor suo si aspettava.
Perche’ l’Amore è sentirsi accettati anche se balbuzienti, ticcosi, bugiardi e mistificatori.
E mentre la società non dà sconti, mentre la diversità genera omofobia e soprattutto critiche interiorizzate, tutto si risolverebbe nell’accettazione dei diversi, al di là della diversità come handicap.
Perché la diversità come Problema può interessare al Mondo, ma non all’Altro che decide di sedere accanto a noi e, semplicemente, Guardarci per ciò che Siamo.