Televisione e politica-politicante celebrano la gastronomia italiana con premi e medaglie. Ma il nostro Paese è invaso da prodotti agricoli di mezzo mondo!

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Mentre l’Italia festeggia la propria gastronomia, distribuendo medaglie e premi a destra e a manca, con mirabolanti servizi televisivi-autocelebrativi, politici che tagliano nastri e assaggiano cibi succulenti, l’agricoltura del nostro Paese viene presa d’assalto da prodotti agricoli che arrivano dall’universo mondo. A Luglio non ci dovrebbero essere arance, se non qualche varietà tardiva. Ma basta recarsi in un centro commerciale e le arance te le tirano in testa. Da dove arrivano? Dal Sudamerica. Ormai i trattati commerciali firmati dalla Commissione europea con questo o quel Paese del mondo non si contano più. Lo schema è sempre lo stesso: sacrificare l’agricoltura europea per favorire l’industria e i servizi. Soprattutto per smantellare l’agricoltura dell’Europa mediterranea: via campi di cereali e leguminose per fare posto ai pannelli fotovoltaici. L’ultimo trattato commerciale in ordine di tempo è quello tra Ue e Messico, o meglio, tra Europa ‘unita’ e Stati Uniti Messicani. Dopo avere accontentato le industrie automobilistiche europee – l’Unione europea, Germania in testa, esporta auto e, in cambio, arriva un diluvio di prodotti agricoli – bisognava accontentare l’industria europea dei servizi (leggere appalti): da qui il citato accordo con il Messico: i consumatori europei si beccano un fiume di prodotti agricoli messicani e, in cambio, le nostre industrie specializzare in servizi si catapultano tra i sombreri messicani.

Qualcuno, giustamente, potrebbe obiettare: ma che ci guadagna il Messico ad appaltare i servizi alle imprese europee? Risposta semplice: investimenti massicci in logistica e nuovi posti di lavoro. E’ ovvio che le imprese europee dei servizi che andranno in Messico dovranno investire da quelle parti. Non è un po’ rischioso affidare a soggetti esteri la gestione dei servizi? La domanda è legittima, ma la risposta è altrettanto logica: quale sarebbe l’alternativa per il Messico? Da quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca per l’economia messicana è finito il grande affare della ‘triangolazione’ con la Cina. Il Messico importava fiumi di prodotti dalla Cina: li ‘impupava’ e li esportava negli Stati Uniti d’America spacciandoli per prodotti messicani. Una cucca! Trump ha bloccato tutto per rilanciare le produzioni americane. E’ un caso che l’economia cinese cominci a perdere colpi? Il Messico, nell’ultimo ventennio, grazie a costi bassi, ha attirato alcune importanti industrie automobilistiche americane. Con l’arrivo di Trump è finito tutto, perché l’attuale presidente statunitense sta rilanciando il settore manifatturiero del proprio Paese con una secca svolta protezionistica. Morale: i gruppi automobilistici americani che si erano trasferiti in Messico stanno tornando negli USA.

Il Messico – questo magari non si dovrebbe raccontare, perché è un po’ sconveniente – era il punto di passaggio del commercio illegale di cocaina e fentanyl gestito dai ‘Cartelli’ sudamericani attraverso il passaggio di migranti in Texas. E che ha fatto Trump? Sta finendo la costruzione del muro tra Messico e Texas che aveva iniziato nel 2016 per impedire il passaggio di migranti e droga (i corrieri della droga erano infatti i migranti). Ha dichiarato guerra totale ai ‘Cartelli’ della droga sudamericani (le navi cariche di cocaina sudamericana affondate non si contano più). E sta buttando fuori dagli Stati Uniti d’America i migranti irregolari, cioè privi delle autorizzazioni. Un colpo durissimo al mercato dello spaccio di stupefacenti, con riferimento soprattutto a fentanyl e cocaina. Tant’è vero che non sapendo più a chi vendere il fentanyl, questa droga comincia a circolare in modo sempre più massiccio anche in Europa. Eh sì: con la perdita, in prospettiva, del mercato americano i produttori dei cosiddetti ‘precursori’ del fentanyl – Cina in testa – debbono trovare un’alternativa: e tra questi mercati alternativi c’è anche l’Europa…
Va da sé che la svolta operata dall’amministrazione Trump sta mettendo in grande difficoltà il Messico. Così, oggi, questo Paese è ben lieto di accogliere i grandi investimenti in logistica dei gruppi europei. Che significano anche nuovi posti di lavoro. Magari è un lavoro un po’ più faticoso. Magari è quasi finito il grande affare della tratta umana, ovvero il passaggio dei migranti dal Messico al Texas, che non è molto diverso dalla tratta di migranti che va in scena in Libia e in Tunisia direzione Lampedusa. Magari non ci sono più gli effetti positivi che la droga in uscita verso gli USA assicurava bene o male all’economia messicana. Però, è chiaro, dall’Europa arrivano sempre investimenti. In più i messicani possono vendere a dazio zero i loro prodotti agricoli nel Vecchio Continente. Non è una cosa da poco, perché mentre in Messico il costo del lavoro agricolo di un operaio varia da 8 a 24 euro/giorno, in Paesi europei come Germania, Francia, Spagna, Belgio, Italia, Danimarca, Svezia il costo del lavoro agricolo varia da 80 a 110 euro/giorno. Morale: tra i prodotti agricoli messicani e i prodotti agricoli europei non c’è partita: nel senso che i prodotti agricoli messicani costano molto meno e, in prospettiva, nel giro di un anno e forse anche meno sono destinati a soppiantare i prodotti agricoli europei.

Quasi sono i prodotti agricoli messicani che sostituiranno nelle tavole dei cittadini europei i prodotti agricoli del Vecchio Continente? Una bella ‘botta’ arriverà per il miele. Ne pagheranno le conseguenze i produttori di miele di Spagna, Romania, Ungheria e Germania, Italia, Polonia, Francia e Grecia per un totale di circa 600 mila apicoltori. Già in Europa c’è la concorrenza del miele cinese (peraltro con i dubbi su questa produzione). Ora arriverà anche il miele messicano. Difficile fare previsioni, anche perché potrebbe succedere di tutto con le guerre presenti nel mondo. Ma non va esclusa l’ipotesi che l’Europa dovrà ridurre la propria produzione di miele, che oggi si attesta intorno a circa 230 mila tonnellate. Gli altri prodotti agricoli europei che verranno colpiti sono il pomodoro (non bastavano i pomodori e la passata di pomodoro cinesi?), i peperoni, ovviamente il peperoncino, le fragole, i mirtilli, i lamponi e i lime. Per chi in Europa coltiva questi prodotti saranno problemi seri.

E per i consumatori europei? Nessun problema: ci pensa la televisione con le sue suggestive promozioni a sistemare tutto. La potenza della parola catodica al posto della realtà. Torniamo, così, alla super-premiata gastronomia italiana. La Dieta Mediterranea tanto celebrata, per esempio. Alla base della ‘Piramide’ della Dieta Mediterranea ci sono frutta, verdura, pasta e riso. La frutta, anche questa estiva, arriva in buona parte da mezzo mondo (le arance a Luglio inoltrato sono solo un esempio). Si potrebbero salvare le verdure italiane. Ma la pasta e il riso… Tutti sappiamo che l’Unione europea è stata costretta a informare i cittadini sulla provenienza del grano duro utilizzato per produrre la pasta. Nelle confezioni di pasta si possono leggere, mettiamola così, due “formule magiche”. La prima è: “Pasta prodotta con grano duro Ue”. Che significa poco o nulla, perché non viene indicata la provenienza del grano duro: infatti un conto è un grano duro prodotto nel Centro Europa e ben diversa cosa è un grano duro prodotto nell’Europa mediterranea. Il secondo è di qualità superiore, perché c’è la certezza che sia stato fatto maturare al sole. Poi c’è la seconda formula: “Pasta prodotta con grano duro non Ue”: e iddio solo sa da dove arriva. Anche in questo secondo non c’è alcuna informazione sulla provenienza. Se possiamo dare un consiglio ai nostri lettori siciliani e meridionali: acquistate solo pasta prodotta con grano duro siciliano o meridionale.

Intanto la televisione continua a raccontarci che la pasta è fatta “con grano duro italiano”. Se è così che fine fa tutto il grano duro che arriva in Italia dall’estero? Si tratta del grano duro che arriva da Canada, dalla Francia, dall’Ucraina, dalla Turchia (in questo caso, al 90%, è grano russo trasformato ‘magicamente’ in grano del Paese di Erdogan). In alcuni casi anche dal Messico. Ma, seguendo la televisione, la pasta e, in generale, tutti i derivati del grano duro e del grano in generale (leggere grano tenero) sono prodotti con “grano italiano”. Voi ci credete? Bella domanda. Intanto, in questi giorni, Agrisat, un Movimento per la tutela dell’agricoltura, della salute, del territorio e della dignità del popolo siciliano, ha lanciato una proposta per provare a rilanciare il grano duro della nostra Isola, il cui prezzo è precipitato a 18-20 euro/quintale a fronte di costi di produzione di 30-32 euro/quintale.

“Vorrei occuparmi della filiera del grano – ha scritto il presidente di Agrisat, Franco Calderone -. Sappiamo che ormai non si reggono più i costi di produzione. Questo sta portando all’abbandono dei terreni da parte di alcuni agricoltori, al dissesto idrogeologico e, in ultimo ma non per ultimo, al consumo di derivati del grano provenienti dall’estero. Si tratta in molti casi di grano fatto maturare artificialmente con il ricorso al glifosato in pre-raccolta. Non c’è bisogno di ricordare gli effetti nestasti dei residui di glifosato sulla salute. Sorge il dubbio che ci possa essere un legame tra l’arrivo massiccio di questi grani esteri contaminati e l’aumento di alcune malattie quali l’alzheimer, l’autismo, l’intolleranza al glutine. E’ chiaro che se l’uomo è ciò che mangia, come dice Ludwig Feuerback, in realtà mangiando prodotti contaminati dalla chimica il corpo umano alla fine reagisce e si ammala. Dobbiamo creare le condizioni per ammassare i nostri grani, molirli in Sicilia, estrarre le farine e fornirle ai panifici e alle pizzerie siciliane. Dobbiamo essere noi agricoltori a molire i nostri grani e a distribuirli ai panifici e alle pizzerie. Dobbiamo liberarci dai commercianti. E presentarci come diversi rispetto a chi, in Sicilia, lavora con i grani esteri”.

In Sicilia esistono già esperienze di agricoltori che producono grano duro e lo conferiscono a piccole industrie artigianali per la produzione di pasta. Qualcosa esiste anche per il pane e le pizze. Sono piccole iniziative. Non esiste un grande progetto in grado di consorziare i produttori di grano duro della Sicilia. Riuscirà Agrisat a realizzare questo progetto? Vedremo. In un prossimo articolo racconteremo cosa sta succedendo al riso italiano fino ad oggi il più venduto in Europa che rischia di fare la fine del grano duro siciliano e meridionale.

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