14 Ottobre 2026

“Anatomia patologica” della strage di Bronte nell’Agosto 1860: la rivolta dei contadini contro gli inglesi e la feroce repressione dei garibaldini di Nino Bixio

strage bronte

Perché la strage di Bronte dell’Agosto 1860 è importante? Per almeno tre motivi. In primo luogo per la ferocia con la quale sono state ammazzate persone innocenti che nulla avevano a che spartire con gli avvenimenti tragici di quei giorni. In secondo luogo perché dimostra che dietro la cosiddetta impresa dei mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia c’erano gli inglesi che peroravano, come sempre, i propri interessi di stampo colonialistico. In terzo luogo perché è la prova che i garibaldini non erano affatto dei liberatori della nostra Isola ma volgari imbroglioni e mercenari al servizio di Londra e dei piemontesi di Casa Savoia (alcuni di loro erano anche ladri, come dimostra la tragica fine dello scrittore Ippolito Nievo, che si era unito ai mille perché credeva in questa impresa ma aveva il difetto di essere onesto e scomparve in circostanza mai chiarite perché aveva scoperto imbrogli e imbroglioni: ma di questo parleremo in un altro articolo).

Tornando alla strage di Bronte, per raccontare questa vicenda è importante conoscere per grandi linee il contesto storico, a cominciare dagli anni in cui gli inglesi iniziarono a mettere piede in Sicilia. I rapporti tra Re Ferdinando IV di Borbone e l’Inghilterra non erano iniziati male. Al contrario, la flotta britannica aiutò i Borboni a restaurare il Regno di Napoli dopo il periodo napoleonico. Come premio Re Ferdinando IV, nel 1779, donò al celebre ammiraglio inglese Orazio Nelson l’ex abbazia di Maniace e il territorio di Bronte. Nasce così la Ducea di Bronte controllata dagli inglesi. Con questa donazione cominciano i guai per gli agricoltori siciliani di questa zona alle pendici dell’Etna. In tale territorio, come in tante altre zone della nostra Isola, insistevano usi civici che consentivano alla popolazione del luogo il diritto di far pascolare gli animali, di seminare, di andare a caccia, di fare legna e carbone, di raccogliere i frutti che crescevano nella zona. Con l’arrivo degli inglesi erano cominciati i dissapori, perché gli eredi dell’ammiraglio Nelson non riconoscevano tali diritti ai contadini brontesi. “Un vero disastro, in particolare per i molti contadini e per i pastori nullatenenti di quell’importante area agricolo-silvo-pastorale – scrive Giuseppe Scianò nel volume … e nel Maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia – che nel tradizionale istituto degli usi civici avevano trovato e trovavano come vivere discretamente. Gli amministratori Inglesi della Ducea, invece, applicando arbitrariamente in Sicilia il diritto vigente nel Regno di Albione, ritenevano come inesistenti i gravami degli usi civici e tutto il corpo legislativo del Regno di Sicilia su quell’immensa azienda”. Per la cronaca, Giuseppe Scianò, scomparso qualche anno fa, è stato per decenni il leader indiscusso dei Separatisti siciliani, autore di libri importanti sulla storia del risorgimento in Sicilia. Non a caso lo citiamo in questo articolo. 

Tornando ai fatti, va detto che la situazione, in Sicilia, nel 1860, era diventata difficile. Come già ricordato, nel 1779 i Borbone e gli inglesi filavano d’amore e d’accordo. Intorno al 1838 c’era stato uno scontro molto duro tar gli inglesi e Re Ferdinando II delle Due Sicilie. La storia la racconta  Domenico Capecelatro Gaudioso nel suo saggio Ottocento Napoletano (se siete interessati qui trovate un articolo con alcuni passaggi di questo volume: https://www.thehour.info/sicilia-e-sardegna-non-fanno-parte-del-logo-che-rappresenta-litalia-alla-fiera-delle-vacanze-di-vienna-non-ne-siamo-per-niente-addolorati-anzi-meglio-cosi/). Sintetizzando, gli inglesi che soprattutto nell’800 consideravano il Mare Mediterraneo un grande lago di loro assoluta proprietà, si erano messi in testa di impadronirsi di tutte le miniere di zolfo della Sicilia. Alla fotta militare inglese serviva lo zolfo per far sparare i cannoni delle navi. Siccome erano forti, potenti e ricchi, crearono un monopolio e fecero crollare il prezzo dello zolfo. Obiettivo: fare fallire l’industria zolfifera siciliana e rilevare per quattro soldi tutte le miniere dell’Isola. Re Ferdinando II non ‘digerì’ affatto la mossa degli inglesi e scatenò una mezza guerra. Per la cronaca, è una delle poche volte in cui un governante della Sicilia difende i siciliani. Di solito, infatti, i governanti della nostra Isola svendono diritti e interessi del popolo siciliano ai dominanti di turno. I britannici non apprezzarono la mossa del Regno delle Due Sicilie e se la legarono al dito. Nel ventennio successivo diedero appoggio alle varie bande criminali in Sicilia, in Campania, in Calabria e nelle Puglie. Quando gli inglesi decisero di eliminare il Regno delle Due Sicilie in vista dell’apertura del Canale di Suez, che avverrà nel 1869, utilizzarono queste bande di criminali che si ritrovarono a combattere al fianco di Garibaldi, dalla Sicilia a Napoli.

Questo, grosso modo, lo scenario. In quei giorni l’arrivo di Garibaldi in Sicilia aveva acceso le speranze di tanti contadini siciliani, ai quali era stata promessa la terra. In realtà, i garibaldini mentivano. I seguaci siciliani del presunto ‘eroe dei due mondi’, con in testa il giovane avvocato siciliano Francesco Crispi, che era l’anima nera della spedizione garibaldina, avevano messo in giro queste voci d’accordo con i pennivendoli della scarsa informazione internazionale di quegli anni. Per fare fuori il Regno delle Due Sicilie bisognava raccontare che in Sicilia c’erano ‘proteste e rivoluzioni’ contro il Borbone, che la gente si ribellava alle ingiustizie e bla bla bla. Era tutto falso. Per certi versi, è quello che hanno fatto i Democratici americani durante la controversa stagione del Covid: com’è noto, chi osava dire: “Scusate, ma se per produrne un vaccino passano non meno di quattro anni, come avete fatto a produrne uno in meno di un anno?” veniva subito etichettato come “Complottista” e “No vax”. Allora l’operazione era molto più semplice, perché bisognava corrompere i pochi giornali europei. Con i soldi degli inglesi fu sufficiente una disinformazione di un paio di mesi. Una passeggiata.

Bronte finì nel ‘tritacarne’ di questa campagna di disinformazione orchestrata dagli inglesi. Bisognava trovare il modo di far ribellare gli abitanti di Bronte per poi reprimere la rivolta. “Fra i paesi di montagna del Catanese e del Messinese – racconta sempre Scianò – operava, in particolare, la banda di un certo Gasparazzu, oggi non bene identificabile, ma allora certamente noto come delinquente incallito, non privo di ambizioni, per il quale l’avvento garibaldino era caduto veramente a fagiuolo. Gasparazzu si era schierato, quindi, con l’Eroe in attesa di diventare eroe egli stesso. Le sue rapine dovevano, pertanto, essere compiute al grido di «Viva Canibardu» e di «Viva la Talia» (ovviamente nella pronunzia deformata di chi era abituato a parlare in Siciliano, peraltro con poca familiarità con quelle nuove parole). Ma ovviamente non si poteva andare tanto per il sottile… Cosa succede nella Ducea di Bronte? Nessuno pretendeva tanto. Neppure gli Inglesi che erano artefici e tutori dell’impresa garibaldina. Sarebbero stati – e di fatto lo erano – sufficienti i delitti compiuti ed il clima di terrore che si era venuto a creare in Sicilia per dimostrare che la rivoluzione unitaria era in pieno svolgimento. I corrispondenti dei giornali Inglesi ed i pennaioli o gli storiografi allineati con il vincitore ed infine gli studiosi in eccesso di buona fede dell’istituendo regime avrebbero trasformato il tutto in gesta eroiche ed in avvenimenti di grande significato morale e politico”.

In questo scenario, racconta ancora Scianò, “gli amministratori della Ducea di Bronte, ben sapendo che l’Armata Garibaldina aveva operato ed operava quasi esclusivamente grazie alla protezione inglese, divennero ancora più arroganti e pretenziosi nei confronti dei contadini e dei pastori di Bronte. Era naturale che in questa loro azione scellerata fossero favoriti dalla sparuta minoranza di dipendenti privilegiati, di borghesi e di professionisti locali, che con l’amministrazione della Ducea di Bronte convivevano bene e ne traevano qualche utile particolare, anche se a danno della Comunità… Il malcontento, quindi, era salito alle stelle e non erano mancate violenze da parte dei sorveglianti del possedimento contro i contadini ed i pastori che pretendevano il rispetto dei propri diritti vitali e giuridicamente protetti (in teoria). Il prode Gasparazzu, in quei giorni di violenze e di saccheggi, pensò di strumentalizzare i descamisados di Bronte, accecati dalla rabbia per i torti subiti negli ultimi 60 anni”.
Gasparuzzu e i suoi sgherri orchestrarono i disordini. I contadini esasperati, aizzati da Gasparuzzo, uccisero alcune persone che ritenevano legate agli inglesi.

Era vero? In alcuni casi sì, in altri caso, no. Gli amministratori della Ducea di Bronte allertano i Consoli Britannici presenti in Sicilia e lo stesso Garibaldi. Quest’ultimo deve lanciare un segnale preciso non soltanto agli inglesi ma anche ai grandi proprietari terrieri siciliani, i latifondisti; ai grandi massoni che appoggiavano la ‘rivolta’ garibaldina; e ai mafiosi che, in molti casi, con i gabelloti, gestivano i fondi agrari dei nobili. Il tempo della presa in giro era finita. I protagonisti dell’impresa dei mille dovevano gettare la maschera. Le promesse di Garibaldi ai contadini erano servite per tirare dalla propria parte il popolo. Ma i garibaldini non erano piombati in Sicilia per dare la terra ai contadini. Avevano invaso la Sicilia con i soldi degli inglesi per consegnare il Regno delle Due Sicilie ai piemontesi. Tutelando gli interessi dei grandi proprietari terrieri, della massoneria e della mafia. Reprimendo nel sangue la rivolta di Bronte, che, come sottolineato, era stata voluta dagli stessi inglesi che avevano utilizzato la banda di Gasparuzzo, si lanciava un segnale preciso che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel romanzo Il Gattopardo, sintetizzerà in modo magistrale nella frase che Tancredi rivolge allo zio Principe Fabrizio Salina: “Se vogliamo che tutto resti come prima, bisogna che tutto cambi…”.

Federico De Roberto, nel suo romanzo I Vicerè, non è certo meno efficace quando fa dire a un nobile siciliano: “Fatta l’Italia, ora facciamoci i fatti nostri..”.
“A Bronte, però – racconta sempre Scianò – non era rimasto nessuno dei masnadieri estranei alla città. Gasparazzu (con i suoi banditi e con notevole bottino), tagliando rapidamente la corda, aveva ripreso la via della macchia. I contadini ed i pastori più compromessi nella sommossa, fiutato il cambiamento di vento, si affrettarono a disperdersi per i boschi e le campagne. Bixio non ebbe difficoltà a mostrarsi feroce. Lanciò anatemi, bandi e minacce nel più puro stile di un Generale di un esercito di occupazione… Si concordò allora, fra gli stessi Garibaldini e qualche collaborazionista, di fare cadere la maggiore responsabilità su un personaggio in vista per i propri sentimenti liberali e Sicilianisti, l’avvocato Nicolò Lombardo, colpevole di conoscere le leggi, i diritti ed i doveri di tutti anche in materia di usi civici e di avere difeso gli interessi della comunità. Con lui furono individuati altri quattro capri espiatori, compreso lo scemo del Paese. Altri cittadini, pastori e contadini, prevalentemente presi a caso, sarebbero stati arrestati e processati in un secondo tempo. In esecuzione della condanna a morte, emessa dopo un processo sommario, immediato e privo di un benché minimo elemento di legittimità, di serietà e di garanzia, celebrato dalle stesse autorità militari, il 10 agosto 1860, nei pressi della Chiesa di San Vito, l’avvocato Lombardo ed i suoi quattro compagni di sventura furono fucilati. Mentre centinaia di persone venivano deportate nelle varie carceri della provincia”.

Alle violenze contro i borghesi aizzate e provocate da Gasparuzzo, Nino Bixio, che detestava i siciliani e in generale i meridionali, da lui considerati una razza umana inferiore, rispose con una strage assurda. Racconta Franco Busalacchi su I Nuovi Vespri: “Garibaldi, preoccupatissimo di perdere l’essenziale appoggio inglese, inviò il 6 agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni cacciatori, l’Etna e l’Alpi, al comando di Nino Bixio. Il paese fu circondato, ma, poiché i rivoltosi erano già scappati, Bixio fece arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, ritenendolo arbitrariamente il capo dei rivoltosi e poi facendolo passare anche per reazionario borbonico, mentre invece era stato l’unico che aveva cercato di pacificare gli animi di tutti. Lo stesso giorno, 6 agosto, Bixio emise un decreto con il quale intimava la consegna di tutte le armi, l’esautorazione delle autorità comunali, la condanna a morte dei responsabili delle rivolte e una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla “pacificazione” della cittadina. Bixio si rivelò in questa vicenda un feroce assassino. Per terrorizzare ulteriormente i cittadini, uccise personalmente a sangue freddo un notabile che stava protestando per i suoi metodi. Nei giorni successivi incriminò altre quattro persone, tra le quali un insano di mente. Il giorno 9 vi fu un processo farsa che condannò a morte i cinque imprigionati, che erano del tutto innocenti e che fece fucilare spietatamente il giorno successivo. Per ammonizione, all’uso piemontese (gente civile!), i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti. Bixio ripartì il giorno dopo portando con sé un centinaio di prigionieri presi indiscriminatamente tra gli abitanti. Bellissimo sull’episodio il film denunzia di Florestano Vancini “Bronte, cronaca di un massacro”.

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