23 Settembre 2026

Domani incontro cruciale fra Donald Trump e Xi Jinping. Intanto gli USA bloccano l’export di gasolio in Europa

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di Giulio Ambrosetti

Dicono che il presidente americano Donald Trump e il ‘capo supremo’ della Cina Xi Jinping, che si incontreranno domani, troveranno un accordo sull’Intelligenza Artificiale (IA). 

Probabile, visto che i due hanno detto a chiare lettere che l’allarme lanciato dai ‘tecnici’ è una bufala che punta solo a fare fuori la politica dalla gestione di questo grande affare. Detto questo, abbiamo la sensazione che al centro dei colloqui ci saranno almeno altre due questioni: la guerra nel Golfo e la guerra in Ucraina. Sono due ‘Dossier’ scottanti nei quali Stati Uniti d’America e Cina sono impelagati fino al collo. L’informazione occidentale, che al 90% è globalista e vuole a tutti i costi sbarazzarsi di Trump, racconta che il presidente ha già perso le elezioni di medio termine del suo Paese che si celebreranno tra una quarantina di giorni, che la Cina è in vantaggio, che l’Iran controlla lo Stretto di Hormuz e ha praticamente vinto la guerra nel Golfo, che Trump, sempre nel Golfo, è finito in un tunnel, che Vladimir Putin non potrà vincere la guerra in Ucraina e bla bla bla. Come capita spesso, la realtà è molto più complessa. In questo momento quello che possiamo dire è che se domani Trump e Xi non troveranno un accordo si andrà a uno scontro totale. Il presidente americano ha già annunciato che il suo Paese interromperà l’export di gasolio in Europa. Ciò potrebbe significare che se oggi il gasolio in Italia costa 2,3-2,4 euro/litro, senza il gasolio americano il prezzo schizzerà a 3 euro/litro e forse più. Dire che con la rottura tra Cina e America si andrà verso il caos economico è poco.

Per provare a illustrare cosa sta succedendo dobbiamo partire da una sorta di ‘assedio di Troia’ disposto dal presidente americano circa un mese fa. Vediamo di che si tratta. Tutti sappiamo cosa sono le sanzioni economiche. Se non altro perché da quattro anni l’Unione europea non fa altro che comminarle alla Russia di Putin. Oggi siamo in presenza di una novità fino ad ora mai vista nel mondo. Oltre alle sanzioni commerciali ordinarie, oltre alle sanzioni economiche e finanziarie, l’attuale amministrazione americana, contro l’Iran, sta adottando le sanzioni monetarie. E’ noto che gli americani sono in grado di monitorare i passaggi bancari in tutto il mondo. Ebbene, da circa un mese, per isolare completamente l’Iran, gli Stati Uniti d’America hanno stabilito che qualunque Paese del Pianeta che intrattiene rapporti commerciali con l’Iran mediati da pagamenti bancari verrà messo fuori dall’area del dollaro americano. Ciò significa che non potrà più esportare i propri beni nel mercato USA. A pensare e a mettere in atto questa diavoleria è stato il Segretario al Tesoro dell’Amministrazione americana, Scott Bessent (qui un articolo: https://www.thehour.info/guerra-in-iran-e-strategia-globale-del-segretario-del-tesoro-americano-scott-bessent-verso-uno-scontro-economico-finanziario-commerciale-e-soprattutto-bancario-tra-usa-e-cina-germania-fuori-dall/). Ciò non significa che i Paesi del mondo non possono aiutare l’Iran: possono farlo ma senza farsi pagare. Ne possono ricevere beni dall’Iran facendosi pagare.   
Attenzione: non è una cosa da nulla, considerato che oggi oltre 50 Paesi del mondo, per le proprie esportazioni, dipendono dal ricco mercato degli Stati Uniti d’America. L’unica grande potenza che può fare a meno del mercato statunitense è la Russia che, con molta lungimiranza, ha mantenuto l’autosufficienza alimentare e, in generale, un’economia che non dipende dall’export.

L’unico punto debole della Russia, ma solo oggi in piena guerra, è l’export di petrolio che, di fatto, finanzia buona parte delle spese russe per il conflitto in Ucraina. Il blocco delle importazioni di petrolio dalla Russia da parte dell’Unione europea non ha danneggiato il Paese di Putin, che vende il petrolio a Cina e India: per essere precisi, con il Golfo chiuso, la Russia, secondo produttore al mondo di petrolio dopo l’America, vende molto più petrolio a Cina e India (e ad altri Paesi). Completamente diverso il discorso per Europa e Cina. Se i Paesi dell’Unione europea dovessero perdere il mercato americano, l’economia europea franerebbe nel giro di un paio di settimane. Idem per la Cina, la cui economia, senza il mercato americano, colerebbe a picco nel giro di un mese. Sono gli effetti nefasti della globalizzazione economica imperniata sull’ultra-liberismo che ha rincitrullito i governanti dei quattro quinti del mondo. Paesi le cui economie ormai da anni dipendono per il 60, 70 e in alcuni casi anche per l’80% dall’export: in massima parte, dalle esportazioni verso il mercato americano. Una demenziale follia geopolitica (e quindi anche economica) che vincola interi Paesi a dipendere dal mercato americano. Sapete qual è il vero dramma? Che tanti cittadini che vivono nei Paesi ‘prigionieri’ della globalizzazione non si accorgono della follia del sistema in cui vivono…

E’ partendo da questo scenario che bisogna inquadrare l’incontro previsto nelle prossime ore fra Trump e Xi Jinping. Ufficialmente il presidente americano dice che vuole un accordo con l’Iran. In realtà lavora per smantellare il regime iraniano. Le straordinarie sanzioni commerciali, economiche, finanziarie e soprattutto bancarie appioppate all’Iran servono proprio per ridurre alla fame questo Paese. Il numero uno della Cina, da parte sua, difende a spada tratta l’Iran. Xi Jinping non è molto interessato al regime religioso iraniano: il leader cinese non vuole perdere l’influenza che il suo Paese esercita nell’area del Golfo. Le posizioni di USA e Cina, fino ad oggi, sono inconciliabili. Però c’è un però. Fino ad oggi Cina e Russia hanno aiutato l’Iran. Ma quanto può durare tale aiuto, molto costoso per cinesi e russi? L’Iran non è un Paese da 2 milioni di abitanti, ma da 92 milioni di abitanti! L’estensione territoriale dell’ex Persia è enorme, con una superficie che è pari a due volte Spagna e Italia messe insieme. Mantenere 92 milioni di persone in un territorio così ampio, con le infrastrutture in buona parte bombardate dagli americani non è una passeggiata.
Va detto che gli americani hanno sì messo sotto osservazione le transazioni bancarie iraniane, ma non hanno bloccato tutti gli aiuti verso questo Paese. Dal Golfo, è vero, non entrano più navi direzione Iran. Ma l’amministrazione Trump ha lasciato aperto il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), che collega l’Iran con la Russia e la più ampia rete commerciale eurasiatica. Da qui, in treno, arrivano gli aiuti, soprattutto alimentari, all’Iran. Tanto che, all’inizio, questo ‘buco’ non coperto dagli americani sembrava misterioso (qui un articolo: https://www.thehour.info/guerre-fatti-parole-1-come-mai-una-rotta-commerciale-alternativa-al-golfo-che-sta-salvando-liran-dalla-fame-non-e-stata-bombardata-da-usa-e-israele-e-come-mai-la-russia-ne-svela-i-particolari/). Oggi si è capito perché l’America di Trump ha lasciato aperto questo canale: gli serve per trattare con la Cina.
Insomma, l’incontro di domani fra Trump e Xi Jinping è molto importante. Se i due troveranno un accordo, beh, finiranno le due guerre: finirà la guerra nel Golfo e finirà la guerra in Ucraina. Il punto è uno: quali dovrebbero essere i termini dell’accordo? Sulla guerra in Ucraina il finale è semplice: Trump imporrà al Volodymyr Zelenskyj di cedere il Donbass alla Russia e di chiudere le ostilità. Il vero problema è l’Iran. Il presidente USA vuole raggiungere il risultato che l’America insegue dal lontano 1979: smantellare il regime teocratico iraniano.

La Cina, fino ad oggi, ha detto “No”. Ma quanto è costato fino ad oggi al Paese del Dragone la difesa dell’Iran? Dalla Cina non trapelano molte notizie. E’ ufficiale che i cinesi stiano puntando in modo massiccio sull’energia nucleare. Ma chi pensa che sia una risposta alla crisi energetica che si è aperta con la chiusura del Golfo prende una cantonata. Per realizzare una centrale nucleare, nella migliore delle ipotesi, occorrono almeno sei anni. In realtà la svolta nucleare è stata messa in atto dal Governo cinese per far lavorare i tantissimi giovani laureati di questo Paese che non sapevano cosa fare e dove andare.
La risposta della Cina alla crisi del Golfo è stata un’altra: la riapertura di oltre dieci centrali a carbone. Per dirla in breve, in materia energetica, il contesto economico mondiale odierno ha portato questo grande Paese indietro di un ventennio! Non solo. Come già ricordato, la Cina è caduta mani e piedi nella ‘trappola’ della globalizzazione e oggi oltre il 50% della propria economia dipende dall’export. Soprattutto dalle esportazioni verso gli USA (e, in parte, verso l’Europa). In questo momento il Dragone non è nelle condizioni di aumentare i consumi interni: ciò significa che non è in grado di mettere i propri cittadini nelle condizioni di acquistare i beni prodotti nella stessa Cina. Questo per un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti con un’economia sbilanciata sull’export è un problema serio. A complicare il quadro c’è la politica temeraria che la Cina ha portato avanti in questi anni in Africa. I cinesi hanno prestato montagne di soldi a una decina di Paesi africani che oggi si trovano in difficoltà, perché la crisi economica è ormai mondiale. In questo momento nessun Paese africano che ha ricevuto prestiti dai cinesi sarebbe nelle condizioni di rientrare. In condizioni normali non sarebbe un problema, perché si sapeva che tali prestiti avevano una connotazione più ‘politica’ che economica. Ma nell’attuale momento storico il paradigma si capovolge. 

Di più. Scrive scenarieconomici.it: “Pechino si trova davanti a un vicolo cieco. La People’s Bank of China (PBOC) ha deciso di mantenere i tassi di interesse ai minimi storici per il sedicesimo mese consecutivo. Mentre le principali banche centrali mondiali tornano ad alzare il costo del denaro per arginare i prezzi, la Cina combatte contro il suo vero dramma: la paralisi totale della domanda interna”. Come già accennato, il Governo cinese non è nelle condizioni di consentire ai suoi cittadini di acquistare i beni prodotti nel proprio Paese. Le conclusioni di scenarieconomici.it non lasciano molte porte aperte: “La lezione pratica è immediata: quando la propensione alla spesa si azzera e il settore immobiliare non fa più da volano, il solo abbassamento del costo del denaro perde ogni efficacia. Se il motore dei consumi è spento, la politica monetaria può solo evitare il collasso immediato, non comprare la ripresa” (qui per esteso l’articolo di scenarieconomici.it: https://scenarieconomici.it/cina-nella-morsa-del-debito-pechino-inchioda-i-tassi-ai-minimi-storici-mentre-i-consumi-franano/).
Ora, non è facile capire se domani l’America di Trump e la Cina di Xi Jinping troveranno un accordo sull’Iran o se si andrà allo scontro totale. Il Governo cinese, in caso di accordo positivo, porterebbe a casa la chiusura della guerra in Ucraina con la vittoria dell’alleato russo e lo stop americano alla fornitura di 14 miliardi di dollari di armi a Taiwan. Ma cosa dovrebbe cedere in cambio? La questione è complicata. Gli iraniani debbono aver ‘annusato’ qualcosa di non piacevole. Chi ha un po’ di memoria ricorderà che quando è scoppiata la guerra nel Golfo e Trump diceva che gli iraniani gli chiedevano un accordo, il Governo di Teheran prendeva in giro il presidente americano: noi iraniani non abbiamo proposto alcun accordo, siamo i più forti, siamo in grado di bombardare tutti i paesi del Golfo. Oggi la situazione si è invertita: sono gli iraniani che inseguono Trump per chiedergli la fine della guerra, la revoca del blocco navale del Golfo e la revoca dei beni iraniani ‘congelati’. Il presidente americano ha risposto così agli iraniani: “Meglio che si comportino bene o li spazzeremo via”. Gli iraniani, che hanno inviato una propria delegazione all’81esima Assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), cominciano a capire che per loro la situazione non si mette bene?
La diplomazia, si sa, è fatta soprattutto di sfumatura. Tra il sì all’accordo sull’Iran tra America e Cina ci possono essere tante soluzioni intermedie? Tutto è possibile. Si sa che lo scontro totale non converrebbe né agli americani, né ai cinesi. Qualcuno sussurra che il Dragone potrebbe giocare la carta delle terre rare, indispensabili per le nuove tecnologie, delle quali gli USA sono carenti. Ciò è vero solo in parte, perché Trump, appena insediato, ha avviato subito la produzione di terre rare. Che non sono ‘rare’ perché carenti nel mondo: al contrario, ce ne sono a iosa. Se ne trovano poche perché lavorarle significa inquinare l’ambiente e l’Occidente, nel nome del ‘Green’, negli anni passati, ne ha bloccato la produzione. E Trump, come accennato, ha avviato la produzione. Il vero punto di debolezza degli americani – e questo è veramente incredibile nel 2026 – sono i fertilizzanti. L’agricoltura americana ne utilizza quantitativi industriali ma ne produce minime quantità. Se Cina e Russia dovessero bloccare l’export di fertilizzanti per gli americani sarebbe un bel problema, perché il Marocco, altro grande produttore di fertilizzanti e alleato degli USA, non sarebbe comunque in grado di soddisfare la domanda USA. 

Questo nel caso in cui non si dovesse raggiungere un accordo. Non è da escludere una soluzione intermedia: per esempio, l’Iran che blocca la produzione delle armi atomiche consegnando l’uranio arricchito agli americani e alle autorità mondiale in materia di energia nucleare e dà vita a un nuovo Governo non più religioso ma laico, almeno sulla carta. Con il divieto tassativo di continuare ad ammazzare i giovani iraniani dissidenti. Sono le condizioni minime che consentirebbero a Trump di chiudere la guerra nel Golfo da vincitore e di vincere le elezioni di medio termine. Ne uscirebbe benissimo anche il capo del Governo israeliano, Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu, che vincerebbe le elezioni politiche in Israele. In cambio, ribadiamo, si chiuderebbe la guerra in Ucraina con la vittoria della Russia e Xi Jinping salverebbe il regime iraniano e, soprattutto, la propria presenza nel Golfo. L’Unione europea che ha appoggiato l’Ucraina e ha avversato l’America di Trump ne uscirebbe a pezzi. Potrebbe andare così, ma non è detto. Tutto è possibile. Anche, spiace scriverlo, lo scontro totale.

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