18 Gennaio 2022

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E’ stata la mano di Dio: la recensione DEL FILM DI PAOLO SORRENTINO

di Angela Ganci, psicologo psicoterapeuta, giornalista, docente

E’ stata la mano di Dio: una pellicola commovente costellata di gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, capace di far dimenticare i dolori e le tragedie della vita quotidiana.

E poi il cinema che “salva” dalla mediocrità della Vita, quel cinema quale “modo più diretto per entrare in competizione con Dio”, come amava dire Fellini, che costituisce esso stesso Promessa di una Vita migliore, a cui rivolgere ogni sforzo, quando ogni altra gioia appare vana.

Questo il messaggio didascalico del film “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, vincitore del Leone D’Argento Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia e scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022 nella sezione del miglior film internazionale. Dal 15 dicembre su Netflix, il film unisce il racconto intimo e autobiografico del regista a una vera e propria struggente lettera d’amore per la città di Napoli, il cinema e Diego Armando Maradona.

Maradona, in questo film coinvolgente e pieno di colpi di scena, è il Mito che accarezza i sogni del protagonista Fabietto (Filippo Scotti) che brama di vedere il suo Mito giocare con la maglia del Napoli, mentre la sua vita scorre nel flusso delle vicende che interessano i genitori e il tradimento manifesto del padre per una donna da cui avrà una figlia, ma che riguardano anche una zia bellissima, sua Musa ispiratrice, e un parente con qualche problematica legale, tanto da esser confinato a Poggioreale.

Piccoli e grandi drammi quotidiani, insomma, tutti con lo sfondo immancabile dei goal del Campione e l’esultanza collettiva per il suo acquisto da parte del Napoli, che fuga ogni piccola grande tragedia, in una sorta di “Balsamo dei dolori umani”.

Balsamo in tutti i casi, tranne che in uno, il Dramma dei Drammi che accompagna la vita di Fabietto-Sorrentino, ossia la morte traumatica dei Genitori (con un superbo padre Saverio interpretato da Toni Servillo) e il diniego assoluto di poterli vedere, per non “restare scioccato dagli effetti nefasti della morte, avvenuta in casa per avvelenamento da monossido di carbonio”.

Qui neppure Maradona riuscirà a lenire un Dolore muto, inespresso, che non trova nel pianto una normale valvola di sfogo, e soffoca dentro le parole del figlio orfano: un Dolore da superare, aiutato da una serie di vicende a sfondo sessuale (per cui si invita a una visione diretta), che motiveranno infine Fabio a guardare al futuro da grande Uomo (a partire dall’eliminazione del vezzeggiativo del nome).

E se questo significa rifondare le origini, allontanarsi dal mare luccicante di Napoli, per abbracciare il sogno di un Cinema che migliora la Vita, ecco certamente il senso finale di un Treno diretto a Roma, sulle note di Pino Daniele, che suggellano una scelta ambiziosa, quella di un Cinema in grado di cancellare il Dolore o, meglio, trasformarlo, forse illudendosi che la Vita possa essere più benevola. dietro una cinepresa, perdendo la sua intrinseca mediocrità.

Vita, Vita comunque da vivere e da osannare: e qui, forse, Maradona potrebbe entrarci nel concetto di Vita donata e strappata alla Morte, al di là della funzione di consolazione donata per ogni singolo dolore della Vita terrena.

Prima si era detto che Maradona non era riuscito a lenire il Dolore muto di Fabietto, ma in realtà il Mito è riuscito a fare molto più di questo: e qui viene egregiamente spiegato lo stesso titolo del film, E’ stata la mano di Dio.

Il titolo, di per sé suggestivo, possiede infatti una doppia valenza che fa riferimento sia al goal segnato con la mano da Maradona ai mondiali del 1986, sia al fatto che Fabietto (e lo stesso Sorrentino) si sia salvato, per un vero miracolo mediato dal Dio-Maradona, proprio grazie a una partita del Napoli.

E ritorniamo al dramma da cui tutto inizia, quello della morte dei genitori, da cui nasce il conseguente desiderio di Riscatto e Futuro: come già detto, a sedici anni, entrambi i genitori del futuro regista premio Oscar muoiono all’improvviso e in modo del tutto inaspettato per avvelenamento da monossido di carbonio mentre soggiornavano nella casa di villeggiatura a Roccaraso della famiglia. Come di consueto, Sorrentino sarebbe dovuto partire con loro, ma quella volta ottiene il permesso di restare a casa da solo, per la prima volta nella sua vita, per andare a vedere Maradona che gioca a Empoli in trasferta con il Napoli, e così il Dio-Maradona lo salva da quella morte che invece non risparmierà i genitori.

Insomma, “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino è un film da vedere e gustare senza preconcetti e, se forse non può considerarsi la pellicola socialmente più impegnata del regista, paragonata a film del calibro de “Il divo”, indubbiamente lascia un senso variabile dolceamaro per una Vita che non è in nostro potere dirigere del tutto, ma per cui rimane sempre e comunque una Scelta.

La scelta, anzi quasi l’obbligo di DISUNIRE, nelle parole del regista Antonio Capuano (interpretato nel film da Ciro Capano) che mette alla prova la forza e la capacità di reazione di Fabietto, indicando nella separazione da ciò che infine non permette di crescere e realizzare i propri sogni la chiave per Ripartire. Un invito che ogni giovane probabilmente conosce, e che, volente o nolente, è chiamato ad ascoltare e perseguire, quando la sua crescita e la sua fortuna appaiono fatalmente vincolate a una Terra, a un Periodo storico, a un contesto familiare o sociale, senza possibilità di sviluppo.