Il “Caporalato” e i morti bruciati vivi di Amendolara: perché siamo letteralmente immersi nell’ipocrisia

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Ipocrisia. Non c’è una parola diversa e più efficace per definire il finto dibattito sui quattro operai agricoli bruciati vivi ad Amendolara, in Calabria. L’Unione europea ha abbracciato il regime ultra-liberista e globalista che prevede lo sfruttamento dei lavoratori, grazie anche all’arrivo di migranti a ruota libera. La presenza di migranti in Europa, questo ormai l’hanno capito tutti, serve per abbassare i salari e per ridurre i diritti di tutti i lavoratori, compresi i lavoratori europei. In Italia, sia con il centrodestra al Governo, sia con il centrosinistra al governo il rispetto delle ‘leggi’ scritte e non scritte per lo sfruttamento del lavoro è una regola aurea.

E’ così, dove più, dove meno, in tutti i settori dell’economia. Nel nostro Paese il fenomeno è particolarmente visibile in agricoltura, nell’edilizia e, in parte, anche nel settore turistico. Il sistema funziona perché la politica e tutte le ‘autorità’ fanno finta di non vedere. Quando ci scappa il morto – o i morti, come nel citato caso di Amendolara – tutti quelli che hanno taciuto e si sono voltati dall’altra parte, improvvisamente ritrovano la favella e si stracciano le vesti. E comincia la recita sui mezzi d’informazione: “Bisogna rispettare i diritti dei lavoratori”, “No al lavoro nero”, “Il caporalato va combattuto con tutte le forze” e bla bla bla. Il valzer dei ritornelli buonisti dura qualche giorno. Poi tutto torna come prima.

Volendo, ad Amendolara i ‘Caporali’ sono andati ben oltre il seminato. Da quello che si capisce, i quattro operai si erano stancati di lavorare come schiavi e di vivere una non-vita: otto ore al giorno sotto il sole per raccogliere fragole o pomodori o quello che capita (otto ore quando va bene, perché con l’arrivo del bel tempo le giornate si allungano e si lavora di più: 10, anche 12 ore) e poi a casa per una cena come capita e tutti a letto in uno stanzone. L’indomani come il giorno precedente. E poi un altro giorno e un altro ancora e un altro ancora. Sette giorni su sette, quattordici giorni su quattordici, trenta su trenta… Schiavi. Così quattro di loro si sono ribellati. Intollerabile, per il ‘sistema’. Come: tutti sanno tutto, non ci sono controlli, non ci sono sindacati, non c’è uno straccio di ‘autorità’ che viene a rompere le scatole e voi vi ribellate creando un pericolosissimo precedente? Intollerabile! Così è scattata la punizione esemplare: bruciati vivi! Dovevano essere cinque. Uno si è salvato e, bene o male, ha aiutato ad acciuffare gli assassini. Poco male. Nell’ambiente, per la manovalanza dei ‘Caporali’, condanne e galera vanno messi nel conto. Può succedere. Sei o sette anni di galera e poi, se ti comporti bene, ti ‘recuperano’. Anche se hai “ammazzatu un cristianu” piano piano vai fuori. Così vanno le cose in Italia, piaccia o no.

Fateci caso: dopo il clamore dei primi giorni tutto passa in cavalleria. E si va avanti. Tutto torna come prima. A questo punto sorge la curiosità che si riassume in una domanda: come funzione in Italia il ‘Sistema dei Caporali’? Per provare a capirlo bisogna partire dalla realtà. Veramente dobbiamo pensare che nessuno nel Lazio, in Campania, in Puglia, in Calabria, in Sicilia e in altre Regioni non si sappia nulla di come vanno le cose? Nel Lazio – sono dati ufficiali – si contano circa 50 mila lavoratori in nero nel settore agricolo; di questi, 15 mila sono concentrati in provincia di Latina. In Campania i lavoratori irregolari stimati sono poco meno di 300 mila. Le aree agricole dove il fenomeno è diffuso sono le province di Napoli e Caserta. In questa Regione il ‘Caporalato’ e, in generale, il lavoro sommerso sono radicati anche nell’edilizia, nel manifatturiero (tessile/calzaturiero) e nella logistica.

In Puglia i lavoratori irregolari sono circa 200 mila. I dati ufficiali raccontano di una grande diffusione del lavoro nero in agricoltura. La Capitanata, area del Foggiano, nota per la produzione di grano duro è un po’ l’epicentro con più di 10 mila braccianti irregolari. Si conoscono anche i nomi degli insediamenti dove vivono i migranti che lavorano per lo più in agricoltura: il Gran Ghetto di Rignano Garganico, Borgo Mezzanone e Borgo Tre Titoli. Poi ci sono gli insediamenti di Bari e di BAT, sigla che sta per Barletta, Andria e Trani. Poi il Salento, Brindisi e Taranto. A seconda delle zone, i lavoratori vengono impiegati per la raccolta del pomodoro, degli ortaggi, delle angurie e delle olive. In Calabria si contano circa12 mila lavoratori irregolari che lavorano, per lo più, in agricoltura, ma anche nell’edilizia. Nella Piana di Gioia Tauro vengono impiegati per la raccolta di agrumi e kiwi, mentre nella provincia di Cosenza (dove si trova il Comune di Amendolara nel quale sono stati uccisi i quattro braccianti agricoli) i migranti vengono sfruttati per la raccolta di ortaggi e frutta.

In Sicilia si contano oltre 220 mila lavoratori irregolari. Sono siciliani e migranti. Difficile dire se prevalgono gli uni o gli altri. Vengono sfruttati per lo più in agricoltura, nell’edilizia, nel turismo e dove capita. In agricoltura il fenomeno è molto diffuso nel Catanese e nel Ragusano, con netta prevalenza nel settore agricolo. Piana di Catania tra Paternò, Adrano e Belpasso i migranti vengono impiegati nella raccolta degli agrumi. Una parte di migranti vive in Contrada Ciappe Bianche, alle porte di Paternò. Una massiccia presenza di lavoratori migranti vivono nel comprensorio del Calatino tra Scordia, Ramacca e Palagonia e vengono impiegati sempre in agricoltura. Altri ancora vivono nei sobborghi di Catania.

Il fenomeno del lavoro irregolare e del ‘Caporalato’ è presente anche nel Centro Nord Italia, anche se se ne parla poco. In Emilia Romagna, accanto ai 580 mila circa stranieri regolari, si contano circa 40 mila migranti irregolari. Lo sfruttamento dei lavoratori irregolari (leggere ‘Caporalato’) è molto diffuso nelle campagne di Modena e Ferrara. Non mancano le infiltrazioni della criminalità organizzata. Così come non mancano interventi della Regione e dello Stato. Rispetto al Sud e alla Sicilia, l’Emilia Romagna è molto più ricca e si può permettere interventi non soltanto repressivi. In Veneto i lavoratori irregolari sono circa 170 mila e operano in agricoltura ma anche nell’edilizia, nella manifattura, nella logistica, nell’edilizia, nel turismo e nei servizi alla persona. Anche in Veneto si parla di in agricoltura, a cominciare dalla vitivinicoltura, nella logistica, nei servizi e nell’edilizia. Il ‘Caporalato’ è presente anche in Friuli Venezia Giulia, anche se meno visibile e, quindi, difficile da tracciare. I dati ufficiali raccontano che in questa Regione i lavoratori irregolari sono oltre 46 mila tra italiani e stranieri. Vengono impiegati in agricoltura e anche in altri settori. Sfruttamento a base di ‘Caporalato’ è presente anche in Piemonte, in Lombardia, in Toscana e via via nelle altre Regioni italiane.

Perché abbiamo fatto il punto della situazione Regione per Regione? Per sottolineare che il fenomeno è diffuso e conosciuto. Non mancano, è vero, i controlli. E anche le contravvenzioni. E un po’ di repressione in generale. Ma è anche vero che le autorità non intervengono per eradicare il fenomeno. Si sa tutto: dove lavorano, come e con quali mezzi si recano al lavoro, dove dormono. Tutto. Perché non si interviene? E qui torniamo all’inizio di questo articolo: perché lo sfruttamento dei lavoratori è parte integrante del sistema economico globalista. Lo sfruttamento dei lavoratori italiani e lo sfruttamento dei migranti sono due elementi fondamentali per tenere in piedi il sistema economico del nostro Paese e, in generale, dell’Unione europea ultra-liberista e globalista. Senza la massiccia presenza dei migranti non si potrebbero ridurre i salari e non si potrebbero comprimere i diritti dei lavoratori. Senza la presenza di migranti, voluta dall’Unione europea e gai Governi dei 27 Paesi Ue molti settori dell’economia si fermerebbero, perché, in alcuni settori, le imprese non sono nelle condizioni di pagare i lavoratori a norma di legge. A cominciare dall’agricoltura.

Interi settori agricoli italiani competono nel mercato globale con Paesi dove il costo del lavoro di un operaio agricolo è pari a 5 euro al giorno per 10-12 ore di lavoro al giorno. Parliamo dei Paesi dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica. Sapete, a norma di legge, quanto deve essere pagato in Italia un operaio agricolo, mettendo nel conto anche i contributi? Da 80 euro a 100 euro al giorno. Quante sono, oggi, in Italia le aziende agricole in grado di pagare un operaio agricolo 80-100 euro al giorno? Dall’1 Maggio la Commissione europea, aggirando un voto del Parlamento europeo, sta applicando il Mercosur, il trattato commerciale tra Unione europea da una parte e Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia. Siamo invasi non soltanto da prodotti agricoli africani e asiatici, ma da quasi un mese e mezzo anche da prodotti agricoli sudamericani. Come si può competere con agricolture di Paesi dove il costo del lavoro agricolo, nella migliore delle ipotesi, è di 5 euro al giorno (in alcuni casi anche di 3-2 euro al giorno), quando in Italia e anche in altri Paesi europei il costo giornaliero del lavoro agricolo, per un operaio, è pari a 80-100 euro al giorno?

C’è da stupirsi se nel nostro Paese ma anche in Francia, in Spagna, in Germania, in Belgio, in Polonia, in Austria, persino nelle ‘civilissime’ Danimarca e Svezia prenda piede il ‘Caporalato’ e se le ‘autorità, a tutti i livelli, tollerino, di fatto, tale fenomeno, pur avendo i mezzi per eliminarlo? Perchè non ammettere, come si dice in questi casi, che “l’errore è nel manico”, ovvero nell’Unione europea ultra-liberista e globalista? Senza dimenticare il fatto che non solo in Italia ma anche in altri Paesi europei le ‘sinistre’, o presunte tali, vorrebbero dare il diritto di voto a questi migranti, visto che i cosiddetti ‘populisti’ o ‘sovranisti’ avanzano in tutta Europa e nel Regno Unito. Visto che i cittadini disposti a votare per queste ‘sinistre globaliste’ si riducono, le ‘sinistre’ vorrebbero recuperare voti con i migranti…

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