Referendum sulla riforma della Giustizia: perché la politicizzazione del voto potrebbe rivelarsi un boomerang per il PD e per suoi alleati

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La nuova guerra che va in scena nel Golfo Persico con diramazioni sempre più frequenti nel Mediterraneo sta un po’ oscurando il dibattito sul referendum sulla riforma della Giustizia. In ogni caso, il corso di questo appuntamento elettorale sembra già segnato: sarà un referendum non su una tormentata legge sul funzionamento della Magistratura da applicare o da abrogare, ma a favore o contro il Governo di centrodestra di Giorgia Meloni.

Quest’ultima, in verità, avrebbe voluto un voto più ‘tecnico’ ma le opposizioni di centrosinistra e una parte della Magistratura riconducibile allo stesso centrosinistra, come si usa dire in questi casi, “l’ha buttata in politica”. Che succederà? E’ possibile fare previsioni? In un’Italia dove le urne non vanno più di moda non è facile capire cosa potrebbe succedere. Nei mesi scorsi ben sei Regioni sono andate al voto. Per la prima volta la diminuzione sensibile del numero degli elettori ha toccato anche, e in modo profondo, le elezioni locali. Di solito, nel voto che riguarda i Comuni e le Regioni i fatti locali spingono i cittadini a votare. Questa volta non è andata così.

L’affluenza ha fatto registrare un calo, in media, del 9-10% anche nel voto le il rinnovo dei governi della Regioni. Impressionante il dato della Puglia, dove sono andati a votare meno di 3 elettori su 10 aventi diritto. Una debacle.
Sì, gl’italiani non sono più propensi a recarsi alle urne. Una disaffezione che è anche la conseguenza delle giravolte trasformiste dei partiti politici. Nel 2018 il Movimento 5 Stelle prometteva fuoco e fiamme contro il “vecchio sistema politico” Celebre la metafora lanciata da un noto esponente grillino: “Apriremo l’Italia come una scatoletta di tonno”. I grillini si presentavano come euroscettici, contro l’euro e via continuando. Appena arrivati al potere sono diventati i più fedeli custodi dell’Unione europea dell’euro e, dopo aver dato vita a un Governo con la Lega, hanno governato prima con il Partito Democratico, forza politica legata a doppio filo all’Unione europea ultra-liberista e globalista. Per poi finire, addirittura’, ad appoggiare il Governo di Mario Draghi, il ‘Grande sacerdote’ dell’euro, un personaggio che, non a caso, il filosofo marxista Diego Fusaro definisce “euroinomane”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dagli oltre 10 milioni di voti del 2018, i grillini sono passati a circa 2 milioni di voti nelle ultime elezioni europee; e, se confermeranno il disastroso trend delle recenti elezioni regionali, ebbene, potrebbero sprofondare a un milione di voti.

Una strada simile la sta percorrendo il Governo di Giorgia Meloni, con particolare riferimento al suo partito, Fratelli d’Italia. Nel 2022 l’attuale capo del Governo di centrodestra si è presentata al cospetto degli elettori come “euroscettica”. Ma, come i grillini, appena ha messo piede a Palazzo Chigi, la sede del Governo italiano, si è trasformata in sostenitrice dell’Unione europea dell’euro e ha perfino piazzato un proprio sodale nella Commissione europea di Ursula von der Leyen. La delusione dell’elettorato di centrodestra è palpabile. Il centrodestra resta maggioranza non perché convince gli elettori, ma perché il centrosinistra è ancora meno convincente del centrodestra. In questo momento il partito maggioritario, in Italia, è quello dell’astensionismo, che ormai rischia di superare il 60%. I grillini, come già accennato, sono in caduta libera e, a differenza di quanto avveniva fino a qualche anno fa, i voti in uscita di questo movimento non premiano più il Partito Democratico. In Italia, quando c’è da analizzare i risultati elettorali, le verità scomode vengono archiviate dopo un paio di giorni. I media ‘strillano’ che il PD sarebbe a poco meno del 22%. In realtà, con 6 elettori aventi diritto su 10 che non vanno a votare il Partito Democratico è, sì e no, all’8%, al massimo al 9% o giù di lì. Il 30% che i sondaggi assegnano a Fratelli d’Italia, in termini reali, rappresenta, sì e no, il 13%-14%. Lo stesso discorso vale per gli altri partiti. I sondaggi danno il Movimento 5 Stelle all’11% (dato che non tiene conto del crollo elettorale di questo soggetto politico alle ultime elezioni regionali) che, in termini reali, sarebbe al 4-5%. Ribadiamo: se i grillini dovessero confermare il trend negativo potrebbe addirittura scendere sotto il 5%.

Di fronte ai numeri “reali” degli elettori che si recano alle urne la domanda è: il referendum sulla Giustizia riuscirà a convincere gli elettori a recarsi alle urne? Con molta probabilità, se a votare andranno tanti elettori potrebbe vincere il “Sì” sponsorizzato dal Governo di centrodestra; se a votare per il referendum andranno pochi elettori, ebbene, potrebbe essere avvantaggiato il “No” sponsorizzato dal centrosinistra e da una parte della Magistratura. Tradizionalmente, l’elettorato di centrodestra – o meglio, quello che resta dell’elettorato di centrodestra, considerato, lo ribadiamo, che alle urne si recano, in media, 4 elettori su 10 – è un po’ svogliato e va a votare solo se fortemente motivato. Mentre quello che resta dell’elettorato di centrosinistra è più motivato. Morale: al centrosinistra converrebbe non buttarla in politica, per non spingere, per tutta risposta, l’elettorato di centrosinistra a recarsi alle urne.

Detto questo, come già accennato, stiamo assistendo a una politicizzazione del referendum da parte del centrosinistra. La stessa Elly Schlein, numero uno del PD, ha detto a chiare lettere che bisogna fare vincere i “No” per poi battere il centrodestra alle elezioni politiche previste il prossimo anno. E’ evidente che, dalle parti del centrosinistra hanno scelto la ‘politicizzazione’ del referendum, perché ritengono che, seguendo questa via, possano far vincere i “No” e poi vincere le elezioni politiche. In effetti, fino a prima delle dichiarazioni del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, Nicola Gratteri, la premier Meloni si era tenuta un po’ in disparte, per non esporre il Governo che presiede al voto del referendum. Ma prima le dichiarazioni di Gratteri, poi alcune sentenze che, di fatto, hanno ‘premito’ chi ha fatto entrare in Italia immigrati irregolari nel nome della solidarietà e poi ancora le dichiarazioni di un altro magistrato, Nino Di Matteo (“Sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri: assieme alle persone per bene, per il Sì nel referendum voteranno mafiosi, massoni e architetti del sistema corruttivo”), la politicizzazione del referendum è stata completa. Ormai anche il centrodestra l’ha “buttata in politica” e il referendum, piuttosto che sulla riforma voluta dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è ormai sullo stesso Governo Meloni.

Chi vincerà? Ribadiamo: in un contesto politico nel quale le urne non sono più di moda non è facile fare previsioni. Resta il già citato principio legato al numero di votanti: se saranno in molti potrebbe vincere il Sì”. Ricordiamo sommessamente che in Italia il centrosinistra non ha mai vinto un’elezione politica in modo netto. Nel 1994, pur partendo favorito, ha perso. Alle elezioni politiche del 1996 l’Ulivo vinse per qualche migliaio di voti. Idem dieci anni dopo, nel 2006. Poi sono stati i ‘giochi di Palazzo’ a portare al Governo dell’Italia il centrosinistra. In Italia on c’è mai stata una maggioranza di centrosinistra. La politicizzazione del referendum, per il PD e compagni, potrebbe rivelarsi un boomerang.

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